Le contraddizioni del sistema tra identità e consenso

Agostino Pietrasanata (*)

parForse ci abbiamo fatto l’abitudine, forse ci lasciamo trascinare dall’indifferenza e dall’ostilità alla politica, ma ci sono fatti che dovrebbero richiamare l’attenzione almeno della maggioranza dei cittadini. Da una settimana all’altra, le intenzioni di voto mutano con una tale rapidità, esprimono un tanto disincanto rispetto alle preferenze appena dichiarate da lasciare almeno perplessi; forse non sono che la cartina di tornasole del mancato riconoscimento di identità delle forze politiche sottoposte a giudizio: non c’è convinzione sulla capacità delle elite, non c’è fiducia che sappiano sul serio affrontare il concreto di un’emergenza appena avvertita ed alla convinzione si sostituisce l’emozione, priva di riferimenti e di continuità nell’orientamento delle preferenze. Cambiare opinione costituisce un tratto essenziale, sia pure non unico, della dialettica democratica, ma non valutare le ragioni delle diverse opzioni politiche, lasciarsi trascinare dai venti fugaci delle impressioni immediate non costruisce un tessuto sociale consolidato.

Peraltro un altro segnale inquietante sta nella contraddittorietà delle proposte sui temi più scottanti; pensate alle proposte del Presidente della Repubblica sui provvedimenti di amnistia ed indulto; bene (anzi: malissimo), nello stesso partito il PD c’è chi dissente e chi appoggia, senza il minimo di confronto sulle ragioni della proposta, con la sola preoccupazione di rispondere al consenso delle presunte maggioranze silenziose, agli umori degli elettori, i quali reagiscono d’istinto perché nessuno riesce più a rispondere con proposte risolutive e credibili: né da destra o centro destra, né da sinistra o centro/sinistra.

Ora, non c’è giorno che opinionisti tanto accreditati, quanto ripetitivi, non si soffermino sulla inconsistenza e sulla fragilità della cultura o della opzione politica della destra; una debolezza che non nasce per una magia negativa o una volontà distorta di protagonisti malvagi. Le volontà censurabili ci sono, ma sono un sintomo non la causa, al peggio una devastante conseguenza in cui rientra anche l’esperienza del berlusconismo. Sicuramente ragioni storiche complesse non mancano e, quando si voglia guardare al futuro non possono essere ignorate. In sostanza la modestia della identità della destra in Italia sembrerebbe conseguenza delle difficoltà storiche dei processi di crescita della nazione. La borghesia italiana, per quanto illuminata, per quanto convinta delle ragioni della democrazia liberale, ha subito le conseguenze di una ritardata industrializzazione; nelle diverse epoche della sua storia, fra otto e novecento, quando ha programmato di procedere sulla strada della modernizzazione ha dovuto da una parte accettare o richiedere, più che in altre nazioni, l’intervento pubblico e dall’altra scegliere settori d’investimento lasciati liberi da una concorrenza robusta dei Paesi europei più avanzati, con conseguenti ricadute sull’economia nazionale nei momenti di crisi. Sta di fatto che la parte sociale (non vorrei limitarmi a parlare di classe sociale)che avrebbe potuto dar corso e ragione ad un’identità coerente con l’opzione di una destra democratica, ha marcato una relativa debolezza rispetto alla sue componenti di riferimento occidentali ed europee. Si individua forse in queste ragioni l’origine di una difficile o irrilevante identità di una destra democratica in Italia;.l’esperienza devastante del fascismo, benché non abbia nulla da spartire, ed ovviamente, con le ragioni della destra democratica e liberale, ha servito però ad una parte del dibattito politico italiano del secondo dopo/guerra, per delegittimare tutto ciò che sapeva di destra.

Resta il fatto però che queste tendenze alla delegittimazione, hanno agito, in modo surrettizio, su alcuni gruppi e componenti “impegnati”, ma non sulla base del consenso della nazione, tanto che oggi c’è qualcuno che si spinge ad affermare che, in Italia, la cultura è di sinistra, ma il Paese è di destra; si tratta di una vulgata molto diffusa, non regge alla prova delle valutazioni più avvertite, ma ogni vulgata ha una sua parte di verità. E, se per un lungo periodo la Democrazia cristiana è riuscita ad indirizzare il consenso sulle strade democratiche e sulla disponibilità alla dialettica con le sinistre, caduta la D.C. il berlusconismo sorretto dal consenso popolare esistente nella società italiana si è permesso di fare strame delle regole istituzionali, con la “legittimazione” del successo elettorale.

In questo contesto io non vedo quale spazio ci possa essere per avviare un percorso di ricostruzione democratica fondandolo su un’ opzione di destra. Si tratta, per ora, di opzioni inesistenti.

E tuttavia se Atene piange, Sparta non ride; in effetti l’identità di una sinistra democratica è tutta da costruire, tanto che i suoi leader si arrovellano con maggiore o minore abilità ad ignorare progetti e programmi per puntare al consenso: Renzi , tanto per citare, è un campione anche in questo senso.

Intendiamoci, io penso che, in questa parte politica, gli stampi per costruire ci siano, ma sono tutti in letargo permanente.

Proviamo ad elencare. Intanto non c’è democrazia se si pretende l’egemonia di alcune opzioni di cultura politica, rispetto ad altre che potrebbero concorrere ad una formazione di sinistra democratica e riformatrice. Se non si recuperano, per un sereno e costruttivo percorso, tutte le culture coerenti col progetto si rimane in letargo o, peggio, si chiude le strade del possibile risultato.

Secondo. Non è possibile, allo stato, nessuna riforma e nessuna crescita se non si promuove il merito e se non si mettono in campo tutte le risorse intellettuali positive della nazione. L’egualitarismo è la negazione dei diritti perché finisce per soffocare l’iniziativa che sola riesce a realizzare le risorse per il diritto di tutti ad una vita dignitosa.

Non c’è democrazia (terzo) senza legalità; la criminalità e la corruzione ritardano la crescita e dunque le risorse per rendere concreto il diritto dei cittadini, anche dei più deboli, di possedere sufficienti strumenti per partecipare da protagonisti alla vita della nazione.

Ancora: la promozione della solidarietà; se qualcuno rimane indietro, va aiutato a dare il massimo possibile di sé per essere il meno possibile a carico della comunità; molte persone “diversamente abili” (chissà perché bisogna usare queste espressioni!) se promosse al massimo delle loro, sia pur limitate risorse personali, potrebbero creare ed indurre meno carichi alla comunità di riferimento: la solidarietà, non è buonismo e neppure pietismo.

Ed infine. Attenzione ai fenomeni della globalizzazione ed ai fenomeni dei rapporti internazionali, non esclusi i flussi migratori. Su questo aspetto si insiste con diverse opinioni, ma il vero problema sta nell’orientare certi fenomeni ad una crescita il più possibile positiva ed ordinata, nella logica di un governo a livello mondo. Stare alla retroguardia non serve, se non per far fronte all’emergenza.

Mi chiedo se oggi, in Italia, le forze di diversa tradizione del centro/sinistra trovino il tempo per ragionare di questi problemi. Mi chiedo anche se non siano questi i problemi che vanno affrontati, ovviamente senza escluderne altri, per la formazione di un’identità. Il consenso costituisce tappa successiva, salvo dar vita ad una contraddizione insanabile.

(*) tratto da Città Futura del 15 ottobre 2013

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One thought on “Le contraddizioni del sistema tra identità e consenso

  1. tante parole anche belle ma rimangono sempre tante belle parole. Di fronte ad uno sfacelo generale ci vorrebbero solo fatti e non idee possibiliste

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