La scuola ed il merito

Domenicale Agostino Pietrasanta

scuUn’indagine OCSE/PISA, promossa quindi dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo tra i Paesi sviluppati, condanna, senza appello, la scuola italiana; tale la conclusione a giudicare dai frutti molto scarsi dell’albero che dovrebbe produrli. Sui ventiquattro paesi interessati siamo gli ultimi per le competenze linguistiche ed i penultimi per quelle matematiche; per coloro che, come me, ritengono che la scuola debba, prioritariamente, insegnare a leggere e scrivere e far di conto, un autentico disastro.

Purtroppo sembrerebbe che non si possa neppure invocare la scarsità delle risorse: la stessa indagine rileva che, nonostante i tagli sciagurati dei governi Berlusconi, ancora nell’anno scolastico 2008/09, la spesa per studente della media superiore in Italia si è aggirata sui 9112 dollari, a fronte di una media OCSE di 9312 dollari; si tratterebbe dunque di una differenza irrilevante.

Ho usato il condizionale perché, a mio modesto parere, si dovrebbero precisare ulteriormente le cifre, anche in rapporto al prodotto interno lordo di ciascun paese; resta però il fatto che anch’io sono sempre più convinto che il disastro sia imputabile, prevalentemente, a variabili diverse dalle risorse disponibili.

La prima osservazione la farei proprio sull’oblio colpevole delle elite del paese sui fini della scuola: quelli appunto del leggere, scrivere e far di conto. Certo, con gli aggiornamenti del caso, perché, oggi leggere e scrivere significa padronanza nelle espressioni linguistiche aperte al mondo, con particolare attenzione alle lingue straniere e far di conto significa adeguate competenze matematiche e via cantando. Il guaio è che, in nome del primato della socializzazione, si sono obliterate le componenti culturali e di abilità che danno proprio fondamento alla socializzazione, alla padronanza di sé nei rapporti col mondo e con i processi di produzione indispensabili alla crescita.

Su questa strada si è speso male quel poco o tanto di risorse disponibili. Si è speso male perché, proprio coloro che hanno sempre in bocca il riferimento alla Costituzione, si sono dimenticati della centralità del merito e della sua promozione, come strumento e passaggio per la competitività della nazione e delle persone: una competitività non escludente, ma solidale nei confronti dei capaci e meritevoli, ma anche di coloro che, in difficoltà per cause diverse e bene spesso senza colpa, dai capaci possono trarre vantaggio. E così si è speso male perché si è parcellizzato l’insegnamento in mille rivoli di intervento, senza pensare che ci sono cose che la scuola deve fare ed altre che possono e magari sarebbe opportuno fare, ma non sono prioritarie.

Si è speso male perché si sono obliterati gli interventi specifici e le conseguenti competenze, per ogni stadio dell’attività scolastica;  perché,  soprattutto nelle secondarie inferiori, ma non solo, si è gabbata per ricerca la manovalanza della colla e delle forbici e si è dato spazio e tempo alla cartellonistica quasi frutto di un’illusoria creatività dei bambini e degli adolescenti, invece di pensare agli strumenti indispensabili alle competenze linguistiche, matematiche e dopo a quelle storiche e filosofiche. La creatività, se sarà possibile, potrà svilupparsi dopo e solo se le succitate abilità e competenze saranno state acquisite come strumentali ed indispensabili.

Si è speso male, perché si sono spesso distolti i docenti dall’insegnamento per impegnarli nelle imprese indecifrabili di una burocrazia ottusa e per occuparli nelle più incomprensibili ed inutili riunioni, previste da una normativa improvvida ed incurante delle finalità costitutive della scuola: il leggere, lo scrivere ed il far di conto.

Si è speso male perché le poche risorse disponibili per l’aggiornamento sono state dirottate alle, pur necessarie, ma non essenziali, questioni di metodologia e didattica, più gradite agli ispettori ministeriali, anziché riservarle a impegnarle per un virtuoso raccordo tra i risultati della ricerca che sarebbe compito dell’Università (!?) e la didattica delle discipline; senza questo raccordo l’insegnamento diventa ripetitivo, obsoleto e manualistico; ed i manuali, si sa, si copiano tra di loro, senza dimenticare gli errori, ma soprattutto lasciando, almeno in parecchi casi, molti contenuti superati dalla ricerca scientifica.

Mi direte: cose dette e ridette; sarà, ma probabilmente bisognerà ripeterle finché non si pervenga ad un qualche risultato. Per ora siamo al disastro che le cifre denunciano.

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