5 domande a… don Walter Fiocchi

Andrea Antonuccio (*)

walParroco dal 2009 a Castelceriolo (dove conta di restare fino alla fine dei suoi giorni), don Walter Fiocchi ha da poco celebrato i 35 anni di sacerdozio. I suoi diversi interessi, di cui leggerete nella nostra intervista, si riuniscono nella sua passione per la comunicazione, attraverso le omelie, gli incontri con giovani e adulti, via internet e su Facebook. Perché, come dice don Walter, “se un prete non ha la passione del comunicare, che prete sarebbe?”.

1) Don Walter, partiamo subito col botto… Che cosa pensi di Papa Francesco?

Posso rispondere con una sola espressione. Mi ha impressionato ed entusiasmato fin dal suo primo discorso dal balcone di San Pietro la sera dell’elezione. E ciò che è seguito ha confermato il primo sentimento. Ed ha alleviato un certo senso di disagio che ho vissuto – con tanti altri – nella Chiesa degli ultimi venti anni. Ci ha semplicemente riportato al Vangelo: in lui risuona il primato del Vangelo, rispetto al primato della Chiesa istituzione, rispetto al papato, rispetto alla “dottrina”, rispetto al Codice di Diritto Canonico. Ci sta facendo comprendere che è la strada il luogo privilegiato in cui la comunità cristiana confessa la fede, vive il Vangelo e serve l’uomo. Lo fa seminando quei valori di cui la società ha bisogno: la legalità, la giustizia, la solidarietà, la tutela della vita e della dignità di ogni essere umano, lo spirito di concordia e di pace.

Quando “so” la fame di qualcuno so tutto ciò che devo sapere, quando vedo la miseria, ho visto tutto ciò che dovevo vedere. Cristo ha consegnato alla Chiesa il mandato di servire l’uomo. E questo significa percorrere instancabilmente le strade di oggi (cultura, economia, politica, mass-media, quartieri e strade della città); uscire dal tempio (dove si può anche pregare col cuore spento), percorrere la strada che da Gerusalemme scende a Gerico, quella di Emmaus (viandanti senza speranza), riuscendo ad integrare i segni sacramentali con quelli concreti dell’amore (Pietro e Giovanni che guariscono lo storpio e poi entrano nel tempio per la preghiera). Mi ricorda ciò che ha detto un profeta del nostro tempo, don Mazzolari: «Lungo la strada è cominciata la Chiesa; lungo le strade del mondo la Chiesa continua. Non occorre, per entrarvi, né battere alla porta, né fare anticamera. Camminate e la troverete; camminate e vi sarà accanto; camminate e sarete nella Chiesa».

2) Scendiamo di qualche ‘scalino’… riesci a definire con un aggettivo a testa tre Vescovi che hai conosciuto e conosci, ossia Charrier, Versaldi e Gallese?

Domanda difficilissima…! Forse un aggettivo non è sufficiente, posso riuscire con un “titolo” forse. Anche perché gli aggettivi possono essere ambigui e/o equivocabili.

Potrei definire Charrier con l’espressione “annunciatore instancabile del Vangelo sociale”. Ma del resto esiste un altro Vangelo? Vedi che un aggettivo non sarebbe bastato? Cosa avrei dovuto dire? Socialista? Sarebbe un falso!

Per il Card. Versaldi mi viene immediatamente in mente l’espressione: Vescovo della Chiesa istituzionale e del Diritto; ma non vuole essere un giudizio negativo, solo il segno di una diversa storia e sensibilità.

Per Mons. Gallese è ancora più difficile. Ma accanto alle parole “cordialità e simpatia” potrei al momento aggiungere: Vescovo della “Tradizione” cristiana. Dove “Tradizione” non è di per sé parola negativa, perché le fonti della Rivelazione per un cattolico sono appunto la Parola di Dio e la Tradizione, cioè la “trasmissione vivente della fede”.

3) Molti si ricordano di te anche come editorialista, graffiante e se mi permetti anche un po’ ‘schierato’, della Voce Alessandrina di qualche anno fa. Ci puoi raccontare perché ad un certo punto quell’esperienza è terminata? Da te ci aspettiamo la verità, nient’altro che la verità

Te lo permetto senz’altro! Non ho mai nascosto di essere “schierato”. Certo, se schierato è letto politicamente non l’ho mai accettato… Potrei dire come ha detto papa Francesco: “Non sono mai stato di destra!”. Ma ho sempre cercato di essere schierato dalla parte del Vangelo, cioè dalla parte degli “ultimi”, degli emarginati, di quelli che non contano, di quelli che non hanno voce. Se poi questi valori li trovo, non nella pratica ma negli ideali di parti politiche, beh, non è colpa mia! Ho sempre cercato di essere schierato dalla parte di una Chiesa che ama servendo e che serve amando: solo se serve, infatti, può essere creduta. Una chiesa che non serve, non serve a niente. Una Chiesa che sa occuparsi delle cose di Dio, ma che sa che a Dio stanno a cuore le cose degli uomini; una Chiesa che combatte contro le idolatrie del denaro, del potere, della forza violenta, dell’egoismo, della corruzione, che sceglie di non rimanere neutrale, che non si gira dall’altra parte, che non si fa parte di una sola parte, che non scansa chi incontra per strada, che preferisce essere seminatrice più di speranze che di paure, che preferisce avere le porte aperte anche se può infilarsi un intruso, per evitare di allontanare anche uno solo.

L’esperienza è terminata quando sono stato “censurato”: un mio editoriale già impaginato la sera è scomparso la mattina per decisione del Vescovo [ndr: Versaldi]. Le motivazioni mi sono sembrate pretestuose e non convincenti. Posso dire che era una riflessione sulla “comunicazione nella Chiesa” e certamente non sarebbe stato gradito da “personalità ecclesiastiche” che tenevano sotto osservazione i miei editoriali (ma posso anche aggiungere quelli di Mons. Charrier e di Pietrasanta, i tre editorialisti di Voce Alessandrina). Per cui non mi restava altra scelta che scegliere il silenzio, secondo il principio insegnatomi da Charrier che “un giornale o è libero, oppure non è un giornale!”. Poi visto che il “silenzio” sembrava a me e ad altri quasi una colpa abbiamo dato vita, senza contrapporci a nessuno, ma cercando uno spazio di parola e di pensiero “liberi”, alla newsletter (ora blog) “Appunti alessandrini”.

4) Tra le tante iniziative che ti vedono coinvolto, hai costituito insieme a Mara Scagni l’associazione “L’ulivo e il libro”, per aiutare ragazzi palestinesi e immigrati in difficoltà. Ci dici qualcosa di più? A marzo di quest’anno, dalla Palestina siete addirittura riusciti a portare in Italia un bimbo di sette anni gravemente ammalato…

Insieme a Mara Scagni e insieme a tanti altri che nutrono la stessa passione per la Palestina. Una passione che nasce da un lungo cammino sulle strade della Terra del Santo (chiamarla Terrasanta è decisamente improprio, perché come dicono le cronache quotidiane è tutt’altro che “santa”!) che dura per me dal 1996! Un gruppo di amici impegnati a vario titolo e in vario modo, personalmente, in gruppi o in Enti, in un costante lavoro per la pace, la nonviolenza, lo sviluppo, la cooperazione solidale, decise di dar vita ad una Associazione – chiamata “L’ulivo e il libro” per indicare che la pace e la cultura camminano insieme – quasi “un’adozione a distanza”, allo scopo di permettere a bambini palestinesi di poter affrontare e continuare gli studi nelle scuole che frequentano in Palestina.

La cronaca (oscurata) del conflitto israelo-palestinese, il persistere dell’occupazione militare della West Bank, le enormi difficoltà che ragazzi e giovani di Palestina incontrano – sia dal punto di vista economico che strutturale – ad intraprendere e condurre a termine gli studi, hanno spinto i promotori a dare anche una veste giuridica alla Associazione “L’ulivo e il libro”, dotandola di uno Statuto e iscrivendola all’albo delle Associazioni. Questo per sottolineare che anche in presenza di testimonianze di fatti atroci, non sono sufficienti esecrazione, indignazione, commozione, protesta, ma è urgente operare perché un nuovo clima si crei, anche dentro la società palestinese. Pericoloso è distruggere la speranza che attraverso verità e giustizia sia possibile costruire un futuro di pace.

Proprio su questo fronte vuol agire “L’ulivo e il libro”. Così abbiamo aiutato in questi anni ragazzi palestinesi a pagare la scuola (molte scuole in Palestina sono “private” e quindi costano, anche se con 700/800 Euro si paga un intero anno scolastico!), abbiamo finanziato progetti con i Salesiani di Betlemme, abbiamo aiutato palestinesi che vivono in Italia… E questo anno abbiamo accolto il grido di aiuto di una famiglia di Hebron (una delle città palestinesi che vive in una condizione disastrata e in una sorta di prigione) e siamo riusciti grazie alla generosità dell’Ospedale Gaslini di Genova (a proposito, quando troveremo simile disponibilità e generosità da parte di ospedali piemontesi?) a portare qui Yazan, un bambino di sette anni, che ha iniziato un percorso che, speriamo possa condurlo a una vita normale o almeno di buona e accettabile qualità.

Anche perché il nostro andare per le strade di Palestina non vuole essere solo un camminare da una chiesa all’altra, da uno scavo archeologico a un altro, ma vuole far incontrare chi è oggi “crocifisso”. Le vie della pace passano da lì!

5) Torniamo ai piccoli affari di casa nostra. Come giudichi la dissestata situazione alessandrina? La politica locale che cosa avrebbe dovuto fare per evitare questo “tracollo annunciato”?

Come sai io non mi sono mai occupato di “politica (parola grossa!) locale”. Anche perché avrei dovuto interloquire o scrivere su persone che conosco bene, a cui magari mi lega anche amicizia, o attingendo a notizie di cui venivo a conoscenza per il servizio che svolgevo nella Chiesa di Alessandria come collaboratore di Mons. Charrier. Per cui rarissime sono mie prese di posizione sul “politico locale”, ma che spesso suscitavano reazioni “locali”, segno che qualcuno sapeva leggere tra le righe! Per cui, in questo caso, mi sento costretto a “sorvolare” sulle cause e le responsabilità della “dissestata situazione alessandrina”. Anche se su molte cose che ho detto o scritto sulla situazione politica nazionale negli ultimi venti anni si può leggere in controluce – come ho detto – anche una valutazione su fatti e persone della nostra Città.

Posso solo esprimere la speranza che una certa presenza di giovani nell’attuale composizione del Consiglio Comunale sia capace di dar vita a un nuovo percorso della “politica”, a condizione che non ripetano gli schemi e le posizione ideologiche dei politici nazionali. Tenendo conto che oggi “ideologia”, parola che nel passato ha espresso grandi idee, grandi confronti, grandi valori, nell’attuale classe dirigente italiana è parola vuota, banale, spesso senza valori e che nasconde solo la ricerca del potere e della difesa di interessi “particulari” a scapito del “bene comune”!

(*) tratto da CorriereAl del 11 ottobre 2013

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