Popolari di nome e Popolari di fatto

Carlo Baviera

stuMentre scrivo non si conoscono ancora gli esiti della vicenda interna che ha investito il PDL, relativamente alla tentata crisi di Governo messa in atto a fine settembre e risoltasi con la decisione di una parte di parlamentari del centrodestra di sostenere il Governo anche a costo di separarsi da Berlusconi e i suoi consiglieri. Né tanto meno si conosce (anche se lo si può intuire) come finirà il Congresso del PD, e come questo partito vorrà collocarsi e quale identità assumere.

Resta comunque incombente il desiderio di parte della politica di superare l’attuale situazione che blocca la possibilità di governare. Alcuni pensano, e desiderano, che sia da cambiare in senso proporzionale la legge elettorale, costituendo un forza centrale (liberal moderata) collegata al Partito Popolare Europeo, grazie alla convergenza di forze “moderate”: qualcuno spera in una risurrezione democristiana.

Non tocca a me entrare nel merito dell’operazione: se questa sia fattibile, se sia opportuna, se condivisibile, se utile rispetto alle strategie di governo, lo diranno i prossimi mesi e poi eventualmente l’elettorato. Ciò che mi interessa di più, in questo ambito, è porre una questione (ormai annosa) molto delicata, forse irrisolvibile, ma che riguarda tutti coloro che sono stati o si sentono o desiderano continuare ad essere “popolari”: cioè legati ad una cultura politica e a una visione della società e dell’Europa che fa riferimento al popolarismo; non solo, ma che guardano a Sturzo e a De Gasperi come personalità da non abbandonare in qualche pagina della storia e ormai completamente superati (anche se appartenenti ad una stagione passata e non riproponibile).

Infatti si è dichiarato che il gruppo, eventualmente staccatosi dal PDL, dovrebbe chiamarsi “i Popolari” o “Italia Popolare”. Faccio presente che Italia Popolare è un Movimento fondato da Monticone, Gerardo Bianco e Lino Duilio; è possibile scipparne il nome? E per quanto riguarda l’altro termine, esiste l’Associazione I Popolari sia a livello nazionale, che piemontese, fondata (ne è presidente Castagnetti) a seguito della decisione del Partito Popolare di aderire alla Margherita;  è possibile infischiarsene di realtà già costituite?

Perché sollevare una questione apparentemente fuori dalla realtà, dagli interessi immediati della popolazione, lontana dalla crisi che morde tante famiglie? Non sono forse questioni di inutile politichese, discussioni  su aspetti teorici? Può essere. Come in tutte le famiglie, però, la questione del patrimonio, della successione non è marginale; e anche in politica non è semplice farsi spogliare di diritti o di titoli cui si crede di aver diritto. E già Pietrasanta ha, su queste pagine, sottolineato che dirsi popolari significa impegno a sostenere politiche coerenti e non solo aderire a partiti che in Europa si definiscono popolari, ma sono ormai conservatori. Per fare solo un piccolo esempio: quanto scrive (sempre su queste pagine) don Walter Fiocchi, a proposito di immigrazione, dove dovrebbe vedere schierati i popolari? Fra coloro che difendono ancora in tutto o in parte la Bossi-Fini (e la ritengono marginale alla soluzione del problema), oppure fra quanti chiedono interventi strutturali e definitivi, perché i migranti non siano considerati clandestini? Purtroppo una parte di coloro che aderirebbero alla nuova formazione sono schierati con la Bossi-Fini.

Nel frattempo è bene ricordare le vicende che si sono sviluppate anche in Europa, dove i Popolari (all’epoca sedevano nel Parlamento Europeo Bodrato e Castagnetti) e i democratici cristiani francesi, catalani e belgi di tendenza social cristiana, dopo aver fondato il Gruppo Schuman per contenere la deriva conservatrice del PPE, hanno deciso nel 2004 l’uscita dei democristiani dal Ppe, ritenendo impossibile il connubio con i conservatori e l’ingresso di Forza Italia in quel Partito; e  Rutelli e Prodi, insieme al francese François Bayrou, fondavano il Partito Democratico Europeo.

Sorvolo sul ridicolo e penoso contrasto per simbolo, nome, giornale, sede del partito fra chi aveva scelto di portare in dono all’alleanza di centrodestra il glorioso Scudo Crociato, e chi manteneva fede agli ideali popolari di solidarietà, di socialità, di giustizia riformista. Contrasto sorto con la fine della Democrazia Cristiana: chi ne proseguiva correttamente l’idea? Il nuovo Partito Popolare (Martinazzoli) e poi I Popolari (Gerardo Bianco-Marini-Castagnetti) oppure il CCD (Casini) e poi l’UDC (Buttiglione)? Meglio non dilungaci su queste vicende, ma ricordarle serve a ribadire che la questione non è solo terminologica, ma di sostanza.

Oggi fare riferimento a don Sturzo non dovrebbe essere, secondo il mio sommesso e certo non autorevole parere, solo il ribadire l’importanza delle sue ultime battaglie, valide anche e soprattutto in quest’epoca: l’opporsi alle tre male bestie (la partitocrazia, lo statalismo e l’abuso di denaro pubblico), e quindi sostenere, nel nome della sussidiarietà e della libertà quei partiti e quelle coalizioni che si dicono antisocialiste e per il taglio della spesa pubblica. Sturzo ha portato avanti quelle giuste battaglie con molta determinazione, si è opposto alla visione statalista e centralista della società, ha criticato aspetti dell’iniziale politica economica di partecipazioni statali (in questo discutendo animatamente con La Pira, Mattei, Fanfani); era la convinzione di chi, in un’epoca di dittature, aveva potuto apprezzare la liberaldemocrazia di Regno Unito e Stati Uniti. Il mondo però stava evolvendo e il dopoguerra richiedeva più attenzione per “la povera gente” con interventi anche dello Stato in economia. Non a caso De Gasperi parlava di un Partito di centro “che avanza verso sinistra” proprio per indicare politiche keynesiane. Sturzo, poi, deve essere accettato e proposto per le battaglie politiche di tutta la sua esistenza: quindi anche quelle giovanili e quelle dell’esilio (regionalismo, autonomie locali, cooperative, antifascismo, sostegno ai nuclei intermedi,      riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, elevazione delle classi lavoratrici, pieno diritto al lavoro con regole per la durata, la mercede e l’igiene, riconoscimento del sindacato e sua libertà d’azione, aconfessionalità, opposizione a vecchi liberalismi settari, alla guerra, preparare le basi di una pace giusta e durevole). Basta leggere l’Appello ai liberi e forti per cogliere  l’anelito “perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”.

Personalmente non ho dubbi sul versante nel quale svolgere, oggi, l’opera politica coerente con l’impostazione del popolarismo. Ma io non faccio testo e non rappresento nessuno. L’unica cosa che mi permetto di chiedere, che lancio come Appello a coloro che ne hanno possibilità e autorevolezza, è di accantonare il termine “Popolare”; di lasciarlo come riferimento di valori e non farne strumento e utilizzo per partiti futuri. E’ vero che esiste con tale nome un partito europeo, ma in Italia costituirebbe confusione; perché il popolarismo non ha mai rappresentato il moderatismo, semmai ha usato strumenti e metodi di moderazione ma sempre orientato per la socialità e il progresso.

Non si è voluto usare questa attenzione rispetto all’uso dello scudo crociato, con contrasti e incertezze; non si compia lo stesso errore col nome. Anche perché, da quel che si legge, un utilizzo del termine Popolare potrebbe non solo essere usato in semplice chiave anti socialdemocratica, ma anche con tentazioni neo clericali. Cosa che proprio Sturzo ha sempre voluto evitare.

Ciò che serve di più è favorire l’aggregazione di un’area, chiaramente riformatrice e solidarista, laica e di rinnovamento civile e sociale, che ridia fiato alla indicazioni che Sturzo suggeriva: l’importanza delle autonomie locali e sociali che significa riconoscimento della società come preesistente allo Stato, preparare le basi della pace che sia giusta e durevole e quindi operare prima dei conflitti per “trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali”, decentramento regionale per un federalismo responsabile contro l’eccessiva burocrazia, riforme economiche a favore del lavoro, della piccola impresa anche agricola, e il progresso della società. Vale per l’Italia, ma anche per l’Europa dove è bene che si superino divisioni partitiche e denominazioni legate al passato, e si dia vita a una formazione riformista e democratica nuova che metta insieme aspetti importanti di culture politiche solidali, europeiste, dialoganti.

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