Non “clandestini” ma “migranti”, ed è tutta un’altra cosa!

Don Walter Fiocchi

lamNon voglio intervenire sotto lo stimolo delle emozioni; non voglio lasciare spazio all’epidermica reazione alle oscenità disumana di taluni leghisti e simili esemplari della peggiore umanità; vorrei piuttosto reagire all’ipocrita partecipazione dolente, a favore di telecamera, del Ministro dell’Interno…

Dov’era quando il suo ex capo guidava Governi che producevano e dibattevano sui vari “pacchetti sicurezza”; o meglio si polemizzava senza dibattere davvero, condizionati e influenzati dagli alleati leghisti e dal suo predecessore Maroni, dai media e da una campagna di disinformazione, mala informazione e strumentalizzazione politica delle paure e delle pance degli italiani? Dov’era quando dicevano: “Aiutiamoli a casa loro”, tagliando nel contempo tutti i finanziamenti alla Cooperazione italiana, riducendoli progressivamente a zero? Dov’era quando il suo ex capo abbracciava e lodava proprio i responsabili della fuga di centinaia di migliaia di esseri umani dalla mancanza di libertà, di lavoro, di pane, di dignità? Dov’era quando si sono fatti accordi con i dittatori allora alla guida dei Paesi del Nord Africa, incaricandoli semplicemente del lavoro sporco, incarcerando i profughi, abbandonandoli nel Sahara, violentandoli nei loro diritti, nella loro umanità, nella loro dignità e anche nei loro corpi? Perché è rimasto in silenzio? O meglio, ha parlato, ma per difendere a spada tratta e a oltranza il “pacchetto sicurezza”, dove l’unica sicurezza è un pacchetto di voti alle forze politiche che volevano e vogliono far diventare il nostro Paese una fortezza inespugnabile dal “barbaro straniero”, dimenticando che noi tutti siamo “ibridi”, siamo il prodotto di un incontro tra i nativi romani e italici e le molte popolazioni che si sono insediate in Italia provenendo dal Nord e dall’Est dell’Europa e non pochi dai Paesi a Sud del Mare Nostrum.

Nel “pacchetto sicurezza” e nella “Bossi-Fini” che il Ministro degli Interni, i suoi sodali e parte della politica italiana continuano a difendere e sostenere, ribaltando ogni responsabilità sull’Europa, sono contenute varie misure che odorano di violazioni dei diritti umani e delle garanzie di essi sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana; di violazione dei diritti dei bambini; di persecuzione di persone non per condotte illecite, ma per mera condizione esistenziale; di violazione dell’obbligo di soccorso ed accoglienza delle persone (non dimentichiamo che il Mediterraneo è un gigantesco cimitero!); di violazione del principio dell’eguaglianza dinanzi alla legge.

Per la maggior parte delle persone, il “fenomeno” dell’immigrazione non viene percepito per quello che realmente è, cioè un fenomeno mondiale, globale, destinato a cambiare la fisionomia del mondo in cui viviamo. La migrazione è ormai una risposta, diventata “naturale” per intere popolazioni, per sfuggire a gravi situazioni di difficoltà: i dati ufficiali dell’ONU e degli organismi ecclesiali dicono che sono 120 milioni i migranti che si spostano sul nostro pianeta, spinti dalla miseria e dalla fame; e determinano nei paesi cui sono diretti conflitti di ogni genere: razziali, religiosi, culturali. Alcuni fuggono da governi repressivi, altri da situazioni di guerra che rendono impossibile la vita. La violenza di base ne scatena altre nel corso della migrazione cui sono costrette queste persone: è la difficoltà di ottenere una nuova forma di esistenza che non sia quella clandestina nei paesi d’arrivo ed è la violenza dei trafficanti cui devono affidarsi i migranti per raggiungere lontane e spesso illusorie località di rifugio.

Chi pensa che quello dell’immigrazione sia tutto sommato un fenomeno passeggero, che magari interessa solo la Padania o il Nord Est dell’Italia, e quindi da contrastare con provvedimenti dettati dal clamore di singoli fatti di cronaca, davvero dimostra di non capire la portata epocale di quanto sta succedendo. Insomma, l’immigrazione non è una “emergenza”! Liquidare la migrazione come emergenza significa tagliarsi fuori dai cammini di sviluppo del mondo. Se emergenza c’è, piuttosto, è quella culturale, di un Paese come il nostro che non sembra riuscire a cogliere i fenomeni mondiali e che non se ne sente coinvolto. È una questione soprattutto di formazione e di educazione, a tutti i livelli. Non è possibile, infatti, continuare ad accettare il fatto che in Italia il problema della prostituzione o del commercio della droga o, più in generale, della sicurezza venga ormai unicamente associato alla parola “immigra­zione”… Ogni giorno possiamo renderci conto di quali pregiudizi e luoghi comuni ci siano in circolazione per quanto riguarda l’immigrazione; né possiamo nasconderci che “l’uomo medio” vive con paura, fastidio, insofferenza la presenza degli immigrati.

Il migrante, lo straniero, è prima di tutto una persona con un progetto di vita da realizzare; questa è quasi sempre la ragione  profonda e vera che induce un uomo a migrare, prima ancora di qualunque spinta economica, sociale o individuale.

Morire di frontiera. Accade da vent’anni lungo i confini dell’Europa. Sono soprattutto naufragi, come il tragico ultimo di Lampedusa, ma non mancano incidenti stradali, soffocati dentro o sotto un Tir, morti di stenti nel deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi da un’esplosione nei campi minati, dagli spari di svariati eserciti o dalle violenze della polizia in Libia o in qualche container. Hanno ormai ampiamente superato le 20.000 unità le morti documentate.

bofiMigliaia di uomini, donne, bambini sono sepolti non solo in fondo al mare o in qualche sperduto campo, ma anche nella memoria e nella considerazione dei più. Anche le migrazioni assumono oggi, come sempre nella storia, l’apparenza e le conseguenze di una guerra. È un nuovo massacro che lascia cadaveri senza nome né volto. La condizione di migrante è una condizione di “non cittadinanza”, che rende milioni di esseri umani dimezzati e alieni rispetto alla comunità dove vivono o muoiono, e arriva a disgiungere il migrante dalla stessa dignità di essere umano.

Mi sento perciò di contestare apertamente le gravi carenze e la negatività di scelte politiche e legislative, accompagnate da un parlare superficiale, demagogico e populista. Non posso non evidenziare come si vadano diffondendo nella società comportamenti apertamente xenofobi e violenti che non vengono contrastati, ma che, al contrario, trovano alimento in un clima di “caccia allo straniero”. Basti leggere le reazioni dei lettori di quella carta poco igienica che Il Giornale!

Sono assolutamente d’accordo: è, deve essere, un problema di tutta l’Europa! Ma è anche ipocrita far finta di non sapere che anche altri Paesi come la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito, si trovano a fronteggiare gli stessi nostri problemi e le stesse nostre pressioni e fanno scelte, a volte condivisibili, a volte anche disumane, ma non vanno a piagnucolare davanti alle telecamere: “È un problema dell’Europa!”. Sono gli stessi che negli ultimi quindici anni in Europa si sono occupati solo di finanza, di banche, di moneta, hanno globalizzato l’economia globalizzando nel contempo “l’indifferenza” nei confronti dei poveri del mondo. È paradossale: le uniche parole “di sinistra” osa ormai solo pronunciarle papa Francesco! Basterebbe rileggere “l’enciclica” che ha scritto con la sua visita a Lampedusa…

Una società come la nostra, segnata da una crescente disuguaglianza, si trova di fronte ad una scelta di fondo: indebolire, fino a quasi annullare, il principio dell’uguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione e costruire un sistema basato su un “diritto diseguale” prima tra cittadini e non cittadini e poi, progressivamente, all’interno degli stessi cittadini, sulla base di requisiti inventati di volta in volta, quali la provenienza geografica, l’appartenenza culturale, la condizione sociale.

Si è costruita in Italia una fabbrica della paura che sta avvelenando la società italiana da anni, che ha permesso a taluni immense ed inattese fortune politiche e che ha preparato il terreno ad una nuova, inedita escalation che sta proprio ora di fronte a noi: l’affermazione, prima nel senso comune, poi nelle scelte di governo, di una sorta di vero e proprio “principio della disuguaglianza”, che ribalta i fondamenti stessi dello stato diritto che si fonda proprio nell’affermazione dei principi di eguaglianza e nel ripudio di ogni forma di discriminazione.

Hanno trascinato l’Italia in un circuito senza fine di lotta dei più poveri verso colui che sta appena peggio (e c’è sempre qualcuno che sta peggio di qualcun altro). Una simile società è costruita sulla paura, sulla divisione e sulla frammentazione dei diritti che vengono dispensati in maniera diseguale. Una società fatta di uguali doveri, ma di diseguali diritti è una società non democratica nella quale nessuno di noi vuole vivere.

Lo status di cittadino è stato inteso storicamente come attribuzione esclusiva di diritti opponibili a chiunque abbia una diversa nazionalità, secondo un modello statalista teso a privilegiare le singole identità nazionali. Accanto a questa definizione, tuttavia, vi è sempre stata un’interpretazione parallela per la quale ogni cittadino è titolare di diritti universali. Questa seconda concezione, identifica la cittadinanza con la partecipazione dell’individuo al destino della comunità in cui vive. In questa prospettiva gli stranieri possono vedere attenuate le differenze tra la loro condizione e quella dei cittadini formali, ottenendo pari opportunità e il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali.

La cittadinanza è lo strumento che conferisce all’individuo la capacità soggettiva nei confronti dello stato in cui vive, la sua dipendenza dallo ius sanguinis e non dallo ius solis e da criteri normativi di rigida chiusura non è più opportuna né utile in un paese come quello italiano in cui la presenza straniera risulta sempre più estesa. Le stesse normative sulla cittadinanza degli altri Stati UE, in questi ultimi anni, hanno stabilito condizioni più favorevoli per gli stranieri nati nel paese e ridotto le difficoltà per la naturalizzazione. Perché anche in questo non facciamo riferimento all’Europa?

È necessario allora riflettere sui Diritti di cittadinanza, e operare politicamente di conseguenza, se non vogliamo che il giorno di “lutto nazionale” non sia solo una nuova ipocrisia senza contenuti e senza conseguenze fino alla prossima strage di migranti.

E parlo di diritto alla salute, di diritto al lavoro e tutela dei lavoratori stranieri: la presenza dei lavoratori stranieri significa partecipazione tributaria alta, produzione di ricchezza, alto consumo, rimesse. Una realtà del tutto lontana dall’immagine, ideologica e demagogica degli stranieri “che ci portano via il lavoro”, diffusa ad arte per alimentare rancori e contrapposizioni sociali. Ma i lavoratori stranieri e le loro famiglie sono oggi soggetti particolarmente deboli ed esposti alla crescente precarietà del lavoro. Migliaia di famiglie straniere, di uomini, donne e minori, che vivono da anni in Italia, dove hanno i propri beni, e dove sono socialmente inseriti, corrono oggi il concreto rischio di essere “clandestinizzati”. Gli stranieri occupano spesso i lavori più usuranti e rischiosi e la sempre più stretta connessione tra continuità del lavoro e permesso di soggiorno fa si che gli stranieri siano indotti ad accettare condizioni di lavoro non lontane da una schiavitù mascherata.

FOT

Le politiche dell’esclusione che aizzano la lotta tra i poveri non sono una novità nella

storia europea, ma si riteneva fossero state superate attraverso un ordinamento giuridico basato sulla nozione di universalità dei diritti, con conseguente uguaglianza nell’accesso ai diritti civili e sociali. Oggi è proprio questo ordinamento che viene attaccato nei suoi presupposti, immaginando il ritorno ad una società stratificata in gruppi sociali (o caste?) titolari di diritti differenziati.

Diritto alla Scuola ed educazione interculturale: il successo o meno del lungo processo d’integrazione/inclusione sociale dei migranti passa in larga parte attraverso la scuola sia per il ruolo che la scuola ha nell’educazione delle giovani generazioni, sia per il suo porsi quale luogo privilegiato d’incontro di tutta la comunità di un territorio.

È necessario riformulare legislativamente, cancellando la Bossi-Fini le norme che riguardano il diritto all’accoglienza e alla tutela delle situazioni più vulnerabili, in particolare i minori, i richiedenti asilo e rifugiati, la tutela delle vittime di tratta e di situazioni di grave sfruttamento…

A queste condizioni, credo, andremo oltre l’emotività (è poi così generalizzata?), oltre l’ipocrisia, e anche l’appello all’Europa non diventa un pilatesco cercare di lavarcene le mani.

Del resto, che ci piaccia o no, la convivenza fra le differenze, in una società multietnica e plurireligiosa, non solo è possibile ma è già in atto.

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4 thoughts on “Non “clandestini” ma “migranti”, ed è tutta un’altra cosa!

  1. Carissimo amico Don un animo sensibile non può dissentire da tutto quello che dici perchè in tutti noi c’è nel nostro io una parte di buono e quella parte vorrebbe che il mondo fosse giusto che non ci fossero i cattivi i poveri e così via, ma purtroppo non funziona così e si deve fare i conti non solo con il cuore ma anche con la testa. La testa ci impone delle regole e le regole sono paletti che delimitano proprio quello che tu auspichi del resto è comprensibile che quello che tu vorresti non è attuabile in quanto ci sono dei limiti a tutto. Voglio fare un esempio io non so quanti ” migranti ” ospiti e soccorri un animo nobile come il tuo sicuramente molti diciamo una decina e tu ce la puoi fare condividendo con loro cibo denaro e spazio e tutto è OK va bene domani ne arrivano altri dieci e tu stingendo i lettini e tagliando il pane in fette più sottili cerchi di cavartela se poi a questi venti se ne aggiungono altri quaranta il buon Walter è costretto a dire basta io non mi sento di biasimarlo anche perchè il buon Dio forse perchè distratto non provvede e non ci aiuta a moltiplicare il pane.

      • attenzione perchè la testa deve essere ben controllata e difficilmente è in sintonia col cuore

  2. Pingback: Immigrazione | Appunti Alessandrini

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