Fiducia a Letta: un passo verso la normalità

Daniele Borioli (*)

alleQuesti giorni ci hanno dimostrato, una volta di più, come non ci sia niente di più precario dell’esito dei processi politici. Soprattutto quando a determinarli sono uomini e/o formazioni connotate da un alto tasso di volubilità.

Tuttavia, quanto è successo mercoledì 2 ottobre 2013, prima al Senato e poi alla Camera, con la fiducia a Letta, ha il sapore delle svolte storiche, in grado di segnare l’apertura di una nuova stagione per la politica e per le stesse istituzioni repubblicane.

Il succo di questa considerazione,  non sta solo nel pur cruciale passaggio in virtù del quale si è scongiurata una crisi di governo che avrebbe trascinato l’Italia dall’orlo alle profondità del precipizio. Sta anche, e soprattutto, nel segno politico che esso reca.

Non è ancora possibile dire se esso sancisca la definitiva fine politica di Berlusconi. Su questo, le sette vite del Cavaliere inducono a prudenza. Certo ne ha marcato uno sconfitta pesantissima, giunta dal fallimento di quella strategia di escalation eversiva messa in atto nell’ultima settimana: prima con le dimissioni dei parlamentari, poi con quelle dei ministri.

Tre sono i fattori che hanno prodotto il clamoroso default e, quindi, la capitolazione di ieri.

La fermezza e la nettezza, non disgiunta dal consueto equilibrio, con cui il Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica hanno provocato e accelerato il percorso di chiarimento nelle aule parlamentari.

La determinazione del Partito Democratico, nel tenere alta la tensione sull’esigenza di garantire stabilità e governabilità al Paese e, al tempo stesso, irremovibile la propria posizione circa la vicenda relativa alla decadenza del senatore Berlusconi in ragione della sua condanna definitiva per frode fiscale.

L’apertura di un processo di scontro e di profonda divaricazione, che ha coinvolto le due anime del PdL, in procinto di ri-trasformarsi in Forza Italia: quella del massimalismo estremista ed eversivo, e quella che tenta invece di resettare l’ispirazione del movimento, riorientandolo verso l’approdo di un conservatorismo moderato, di stampo europeo.

La leadership personale e carismatica di Berlusconi ha a lungo legato insieme queste due componenti, tra loro inconciliabili. L’appannarsi della sua forza, esasperato dall’incombere ormai ineludibile della sua estromissione dalle istituzioni, ha fatto saltare la catena.

I tempi, brevi o più lenti, la linearità o la tortuosità del processo che ieri si è aperto dipenderanno da molti fattori, oggi imprevedibili. Ma è molto probabile  che esso non potrà essere interrotto.

Starà anche al Partito Democratico favorirlo, incoraggiarlo, con la necessaria determinazione per non far scivolare l’attuale stagione del “governo di necessità” in una riedizione del vecchio “consociativismo”, ma anche con la consapevolezza che un conto è avere a che fare con una destra a trazione “berlusconiana”, altra cosa è avere a che fare con una destra in cui le posizioni dell’”integralismo berlusconiano” sono ridotte a essere una componente, minoritaria almeno per quanto attiene all’influenza sulle scelte del governo.

In questo senso, segnalo la portata paradigmatica di una delle affermazioni contenute nel discorso che Enrico Letta ha rivolto al Parlamento. Quando ha detto che “oggi si forma una maggioranza politica più forte e coesa della maggioranza espressa dal voto dell’aula”.

Un passaggio chiarissimo, persino “brutale” nel rimarcare come la consistenza raggiunta dalla dissidenza interna al PdL verso la linea “sfascista” del capo e dei “falchi” fosse ampiamenti sufficiente a definire il campo di una “maggioranza nuova”, alla quale la tardiva virata di Berlusconi ha solo aggiunto numeri ma non sostanza politica.

Ora, il Governo dispone di migliori condizioni per operare nell’interesse degli italiani. E questo è ciò che più conta, qui e ora. Ma in prospettiva, si coglie la luce, ancora flebile ma già evidente, di una fuoriuscita dell’Italia dalla lunga “anomalia” che l’ha contraddistinta.

Un centrodestra normale, europeo e democratico, favorirà (o forse, in ossequio alla prudenza prima dichiarata sarebbe meglio dire favorirebbe) l’evolvere del nostro Paese verso una vera maturità dell’alternanza, tale da consentire agli schieramenti tra loro avversari di contendersi la guida del governo: aggiudicandosela in esclusiva allorché sia netto il mandato degli elettori; collaborando nell’interesse prioritario della Nazione, quando il risultato elettorale lo renda necessario.

La Germania insegna. E non ci pare sia lo Stato che sta peggio in Europa.

(*) Senatore PD della Provincia di Alessandria

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...