Non tutte le strade portano al PD

Daniele Borioli (*)

congIl Partito Democratico è di fronte a un trivio. Una delle strade può portare verso un rilancio delle ragioni di fondo per cui esso è nato: costruire una casa comune dei riformisti italiani. L’altra può piegare verso la definitiva affermazione del partito leggero, strumento di diffusione, consolidamento, misura e verifica della capacità di realizzare consenso del leader di turno. L’altra ancora porta dritti al precipizio dell’implosione.

Una premessa. A pochi passi dall’avvio dell’appuntamento congressuale, non voglio e non posso nascondere le mie opinioni, i miei orientamenti, le mie preferenze, dietro una impossibile “obiettività”. Le mie considerazioni saranno, quindi, del tutto politiche e di parte.

Tornando al trivio, io auspico che il PD imbocchi con decisione la prima strada, evitando assolutamente l’ultima, che nessun democratico, credo, vuole augurarsi; e cercando di non cadere nella tentazione della seconda, che ha pure molti significativi e funzionanti esempi in altre aree del mondo, ma che ritengo poco adatta alle caratteristiche e alle necessità del nostro Paese.

All’atto della sua nascita, Walter Veltroni volle conferire al progetto del “partito nuovo” due tratti fondamentali. La fusione delle matrici culturali da cui esso prendeva vita in una vera e propria cultura politica nuova, che non ne fosse semplice sommatoria, ma feconda contaminazione. L’affermazione della vocazione maggioritaria.

Per quanto riguarda il primo di questi due tratti, Veltroni non seppe declinare con un’azione incisiva e coerente le affermazioni di principio contenute nel discorso del “Lingotto”. Pensando, erroneamente, che la “cultura politica nuova” si sarebbe autogenerata per contatto, catalizzata dalla sintesi interpretata dal ruolo unificante del leader.

Su questo punto, seppur gli errori non furono tutti e solo suoi, fece male i conti. Avere, anche nei tempi, fatto coincidere lo sforzo di elaborazione e costruzione, con l’assunzione della competizione interna, esaltata ed esasperata dalle primarie, divenute da mezzo a fine, quale elemento salvifico e vivificante del rapporto con i cittadini elettori, e divenuta sostitutiva di ogni reale dibattito sui contenuti, ha prodotto guasti che oggi è difficile rimediare.

A questo divaricazione tra obiettivi dichiarati e prassi non hanno saputo porre rimedio né la segreteria Franceschini, che peraltro scontava la debolezza intrinseca di non essere stata legittimata da un congresso e dalla primarie, e neppure quella di Pierluigi Bersani, nonostante essa avesse posto proprio in questa radicale correzione di rotta la sua mission fondamentale.

Per quanto riguarda il secondo dei “geni” della creatura democratica, quello della “vocazione maggioritaria”, appare evidente come l’evoluzione del sistema partitico italiano, dopo averne assecondato per una breve stagione il senso e le ragioni, ne mostri oggi tutti i limiti di realismo, e i vizi di un’ideologizzazione che cerca di piegare la realtà ai desiderata di un gruppo di teorici e dirigenti politici.

Certo, in un primo momento quell’opzione si manifestò convincente e in grado di determinare addirittura nel campo avversario un’analoga movenza, con la nascita del PdL. Ma si è trattato di un’illusione durata poco. Il combinato disposto del cosiddetto “porcellum”, l’implosione del centrodestra, l’irruzione del M5S, il formarsi di un nuovo aggregato centrista, hanno fatto saltare per aria lo schema. Mostrando come il passaggio da un sistema politico istituzionale a un altro non può mai essere considerato definitivo nella sua funzionalità rispetto alle esigenze di un Paese e alla natura della lotta politica in esso vivente.

Questa constatazione, mi porta a una prima riflessione che mi auguro sia oggetto di un’accorta discussione in sede congressuale.

Nel corso degli ultimi vent’anni è capitato, molto spesso e inopinatamente, che il centrosinistra italiano abbia preso spunto, sia nel prefigurare l’evoluzione dei partiti che lo animano, sia nell’immaginare l’innovazione del proprio asse programmatico, più dai modelli di derivazione anglosassone (i democratici americani, il “blarismo”, ecc.), che non dagli spunti continentali. Unica eccezione la legge elettorale di “doppio turno alla francese”, che il PD ha da tempo individuato quale suo faro di riferimento in materia.

Eppure, le recentissime elezioni tedesche, il modo in cui la Germania sta affrontando la crisi, l’enorme differenziale di efficienza che quel modello politico e sociale sta mostrando, a confronto con le drammatiche difficoltà nostrane dovrebbero indurre qualche dubbio sull’efficacia della strada da noi intrapresa.

Come mai una nazione che ha da decenni gli stessi partiti (CDU-CSU ed SPD) quali protagonisti primari della contesa politica, che propone e consolida forti e durature leadership, ben poco alimentate dallo sfavillio comunicativo e mediatico quanto piuttosto dalla forza dei risultati ottenuti, che mantiene un impianto politico di carattere proporzionale, seppur corretto da un significativo sbarramento, viaggia come un treno, mentre noi arranchiamo penosamente, alla ricerca di un modo decoroso di uscire dalla crisi economica e di chiudere l’eterna e mai compiuta transizione tra prima e seconda repubblica.

Forse, qualche spunto interrogativo dovrebbe venirci dall’osservazione di un evidente paradosso. Perché mai l’Italia, che come la Germania (e subito a ridosso di essa) mantiene un solido tessuto manifatturiero, si è invaghita così perdutamente di quei modelli politici e programmatici che, nell’ambito dell’occidente, connotano i Paesi che hanno imboccato la strada di una consistente finanziarizzazione?

Ciò che vale sul terreno del sistema politico-istituzionale vale a maggior ragione sul piano delle proposte programmatiche. Che possono e devono, a mio avviso, cercare nella realtà tedesca spunti e riferimenti, soprattutto per quanto riguarda la declinazione di un nuovo impianto nei rapporti tra capitale e lavoro, ad esempio intraprendendo la strada della co-gestione, che sostanzia il protagonismo dei lavoratori in quel sistema economico, e che invece rimane alle nostra latitudini tabù.

Può essere questo uno dei terreni su cui avviare un’innovazione decisiva della nostra proposta riformista? Io credo di sì. Così come credo che, sempre dalla Germania, andrebbe ripresa con vigore l’ispirazione per una riforma autenticamente federale dell’architettura repubblicana.

Anche qui, dopo anni di infatuazione demagogica verso parole d’ordine mutuate da sistemi da noi improponibili (una per tutte la devolution), rischiamo oggi di passare dal “federalismo per abbandono” all’abbandono del federalismo e a una sorta di “restaurazione federalista” che mal si adatta alle nostre caratteristiche geo-storiche e politiche.

Naturalmente, molte altre sono le questioni di contenuto che potrebbero essere toccate. Una tra queste, l’iniziativa che il Partito Democratico dovrebbe assumere per stabilire un patto costitutivo e rifondativo con quei settori del ceto medio che, di solito, una sinistra permeata di pregiudizi arcaici tende a vedere come inevitabilmente inclini all’egoismo sociale, all’infedeltà fiscale, facilitandone così la propensione a cercare rifugio nelle braccia delle destre e delle “sirene” di volta in volta da esse suonate.

Dimenticando che, al contrario, proprio nel milieu di quei mondi, nel tessuto diffuso della minore impresa così come delle professioni, sono cresciuti in questi anni i germi positivi di una solidarietà capace di far fronte alla frusta della crisi, esperienze locali di resistenza che hanno fatto argine al diffondersi della disperazione del rancore sociale, esperienze di accoglienza e integrazione dei “nuovi cittadini” ben più forti nel loro valore etico delle molte parole di odio ispirate alla xenofobia.

Riuscirà il nostro congresso a discutere di tutte queste cose. A darsi una linea, un orizzonte da trasmettere al Paese? Questa mi pare la domanda essenziale, che purtroppo il dibattito caotico sulle regole, le schermaglie e le battute di facile effetto stanno completamente oscurando.

E’ per evitare che questa fondamentale occasione di confronto democratico si volga in un unanimismo di facciata, nascondendo le molte questioni aperte e le differenti idee su come affrontarle; per non reiterare, ulteriormente enfatizzandolo, l’errore a suo tempo commesso con la (nei fatti) candidatura unica di Veltroni, che non mi eserciterò nella semplificazione secondo cui “bisogna stare con chi vince”.

Chi vincerà, andrà aiutato e sostenuto nel fare il lavoro difficile che avrà di fronte. Guai a illuderlo che il progetto di rilancio e rifondazione del Partito Democratico, se sarà questo anche il suo obiettiivo, si risolva in un’elezione plebiscitaria del nuovo Segretario.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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