(E)lezioni tedesche

Daniele Borioli (*)

merLa vittoria della CDU alle elezioni tedesche è anche, e prima di tutto, la vittoria di Angela Merkel e delle sue politiche in risposta alla crisi. Dal fronte progressista italiano, e non solo, abbiamo a lungo auspicato un altro esito. Così non è andata. Così come in modo molto diverso dalle aspettative è andata in Italia poco più di sei mesi fa.

Dell’atteso nuovo asse progressista tra Francia, Germania e Italia, destinato a cambiare radicalmente il segno delle politiche dell’Unione Europea, su cui tanto si è concentrato il discorso politico del biennio trascorso, l’unico elemento concretamente realizzato è quello francese. Che pure non gode di ottima salute.

Significa, questo, che le nostre osservazioni critiche al modello rigorista imposto dalla Germania all’Europa fossero sbagliate? Oppure che l’esigenza di una svolta netta verso una ridefinizione dei vincoli nel segno di una maggiore flessibilità, in grado di stimolare e accompagnare la crescita, sia venuta meno?

Certamente no. Tuttavia, in democrazia il voto ha un peso, soprattutto quando coinvolge un corpo elettorale di oltre 62 milioni di persone: tanti sono, infatti, gli aventi diritto al voto nella nazione più popolosa del continente, che conta poco meno di 83 milioni di abitanti.

Un’incidenza tale da assumere un rilievo politico ben oltre i confini tedeschi. Al punto che se si volesse fare un gioco di simulazione, immaginando come già attivi quei meccanismi da molti auspicati, dell’elezione a suffragio universale diretto del leader politico dell’Unione, considerando i non pochi Paesi allineati sulle posizioni di politica economica ispirate da Berlino, non è fuor di luogo dire che Angela Merkel avrebbe vinto a mani basse anche in Europa.

Questo è il primo dato di realtà, con il quale occorre fare i conti e con il quale dovrà misurarsi chiunque sia chiamato a governare un paese europeo nei prossimi quattro anni, quale che sia il suo orientamento politico. Naturalmente, l’altro fattore da considerare, guardando più in dettaglio l’articolazione dei risultati elettorali tedeschi, è se, e in quale misura, l’esito del voto darà luogo a continuità o discontinuità rispetto all’azione che la coalizione tra cristiano-democratici e liberali ha messo in atto nei quattro anni trascorsi.

La gamba zoppa della larga vittoria di Mutti (così i tedeschi chiamano affettuosamente la Cancelliera) è data, infatti, dal pesante arretramento dei liberali, che neppure entrano in Parlamento. Il che costringerà con ogni probabilità CDU-CSU, che solo sfiorano ma non raggiungono la maggioranza assoluta in Parlamento, ad allearsi con SPD, l’avversario di sempre.

Sul risultato di SPD vale la pena soffermarsi. Pur andando in crescita di circa tre punti percentuali rispetto alle ultime politiche, i socialdemocratici restano ben lontani non solo dalla vittoria ma anche un grado di consenso tale da consentire loro di sfidare apertamente Angela Merkel. Ad esempio tentando di dar vita a un’alleanza di governo con i Verdi, che hanno perso importanti posizioni, e con la Linke: una coalizione che pure avrebbe sulla carta i numeri al Bundestag.

Una via che appare politicamente preclusa. Sia per semplice buon senso politico che induce ad escludere quello che sarebbe un vero e proprio “schiaffo” alla netta indicazione del voto democratico, inoppugnabile nonostante il carattere proporzionale puro del sistema elettorale tedesco. Sia per una costante della socialdemocrazia tedesca, strutturalmente ostile ad allearsi con l’estrema sinistra (nonostante la Linke sia nata da una costola di SPD). Sia perché, alla fine, potrà risultare conveniente ai socialdemocratici, e utile al loro elettorato di riferimento, stare nel gioco di un governo a guida Merkel, cercando di condizionarne nella misura del possibile gli indirizzi.

D’altro canto, occorre non escludere l’ipotesi, nella lettura del voto dei tedeschi, che la parziale correzione di rotta, impressa nell’ultimo anno dalla stessa cancelliera rispetto al rigorismo tecnocratico dei primi anni, anche sotto la spinta dei partners europei, da Hollande a Monti a Letta, sia stata una delle componenti della sua così larga affermazione.

In questo senso, infatti, può essere interpretato il pesante arretramento dei liberali e il discreto recupero della stessa SPD. Un risultato che, portato a sintesi, conduce all’esito quasi naturale della Grosse Koalition. In un paese che fa della stabilità politica e istituzionale un valore prioritario rispetto all’affermazione delle specifiche parzialità, che pure muovono una lotta politica molto vivace e non priva di asprezze.

Naturalmente, il succo che si può trarre dalla (e)lezione tedesca è solo parzialmente travasabile in Italia. Se è vero, infatti, che comprando i risultati sul fronte dell’economia e delle condizioni sociali, tra la Germania, che continua a essere, pur con qualche sbuffo di troppo, la “locomotiva d’Europa”, e l’Italia, che arranca in una condizione di difficoltà talvolta disperante, viene quasi naturale tessere l’elogio della stabilità; è altrettanto vero che molto diversi sono gli elementi di contesto.

Una cosa è tracciare e tenere la stabilità, anche a coso di dar luogo ad alleanze “innaturali”, in un Paese in cui la contesa elettorale si svolge tra forze di limpido stampo europeo; altra cosa è fare i conti con una realtà politica e istituzionale, intossicata da un’anomalia che rende il centrodestra italiano del tutto imparagonabile alle forze conservatrici delle nazioni più evolute del continente.

Questo vuol dire che si deve buttare a mare l’esperimento obbligato del Governo Letta? O viceversa, che si deve trarre spunto dal risultato tedesco e dalla probabile Grosse Koalition cui esso darà luogo per cristallizzare a qualunque costo quell’esperimento? Né l’una né l’altra cosa.

Vuol dire, caso mai, che occorre anche in Italia perseguire l’obiettivo di restituire ai cittadini un quadro politico e istituzionale più normale e sano. Favorendo, anche con l’affermazione del principio secondo cui sono tutti uguali davanti alla legge, compreso il senatore Berlusconi, il ricostituirsi di una destra moderna ed europea: contro la quale ci si batte per affermare le proprie ragioni, ma con la quale può essere necessario condividere il governo, nell’interesse superiore del Paese, senza che ciò significhi scandalo o tradimento dei propri valori.

Vuol dire valutare, anche in vista delle riforme istituzionali ed elettorali che dobbiamo mettere in atto, gli elementi di ubriacatura ideologica che hanno connotato un certo fondamentalismo maggioritario, rispetto al quale oggi occorre tentare un bilancio, ammettendone onestamente il saldo negativo, per cercare strade più equilibrate di rigenerazione del nostro sistema politico, dei partiti che lo animano, del loro rapporto (interrotto) con la società.

Infine, due punti che riguardano più da vicino il nesso tra i risultati tedeschi e il Partito Democratico. Il consenso ottenuto dalla SPD è grosso modo analogo, in termini percentuali, al risultato ottenuto dal PD a febbraio. Segna una crescita percentuale rispetto al voto del 2009; non so, perché ancora non ho visto i dati, cosa misuri in termini di voti assoluti.

Sta di fatto che, anche in Germania, la sinistra riformista fatica e si tiene lontana dalle quote necessarie ad assumere un ruolo guida. In Francia, il successo di Hollande, propiziato dalla peculiarità della legge elettorale, mostra già molti segni di incrinatura. La Spagna sta in mano al PPE. L’Inghilterra ai Conservatori di Cameron. Insomma, in tutta Europa, l’attesa riscossa progressista mostra la corda.

Non vedere questa macroscopica realtà, pur senza tralasciare i problemi specifici di casa nostra, pensando di risolvere i nostri guai solo a colpi di primarie (che pure è molto importante fare e fare in fretta),  e involvendo nel nostro parlarci addosso, significa ancora una volta cadere in quel peccato di provincialismo che spesso mette al margine il nostro Paese dalle più feconde dinamiche di modernizzazione.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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