Deutschland, Deutschland über alles

Marco Ciani

mele“Germania, Germania al di sopra di tutto”, il celebre incipit dell’inno nazionale tedesco, rappresenta un’efficace metafora del momento storico attuale, con particolare riferimento alle vicende del Vecchio Continente.

Il rinnovato e travolgente successo ottenuto da Frau Merkel, la battagliera leader dei democristiani teutonici, seconda solo al celebre cancelliere Adenauer nelle proporzioni della vittoria, appone il suggello definitivo ad una politica che ha visto la Germania acquisire negli anni un ruolo ed una centralità mai conosciuta nel dopoguerra.

Con il 41,7% dei voti, la CDU/CSU ottiene un’affermazione netta nei confronti dei socialdemocratici della SPD, fermi al 25,6% e degli altri due partiti che saranno rappresentati in parlamento, la Sinistra post/comunista ed i Verdi che raggiungono ognuno mezzo punto oltre l’8%. Fuori invece dall’assemblea legislativa i Liberali (questi ultimi per la prima volta dal 1949), e gli Euroscettici che si fermano entrambi a pochi decimali dal 5%, la soglia/sbarramento che preclude l’ingresso al Bundestag.

Poiché per mezzo pugno di voti, i dc d’oltralpe non hanno raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, si impone un’alleanza quasi certa con i socialdemocratici, secondo lo schema della grande coalizione, non si sa però ancora se con appoggio diretto o esterno da parte del partito SPD.

E’ chiaro che il plebiscito nei confronti della signora Merkel, segna, da parte dei tedeschi, un’adesione corale alla politica di austerità portata avanti da Berlino nel corso degli ultimi anni. Politica che, del resto, per i germanici, ha coinciso con un andamento positivo della propria economia, la quale non ha risentito più di tanto della crisi degli ultimi anni. Basti pensare che nel periodo 2005-2012, il Pil tedesco è cresciuto, per la debolezza dell’Euro e per effetto delle riforme attuate, dell’11,6%. Nello stesso arco temporale, il Pil italiano è invece calato dell’1,3% (Fonte Eurostat).

Nei mesi e negli anni scorsi, in molti in Italia, a cominciare dall’immarcescibile Cavaliere per finire con una parte della sinistra, hanno attribuito alla rigidità della Germania e all’Euro le nostre difficoltà, angustie rese immediatamente percepibili anche al grande pubblico, da un indicatore semplice come lo spread, ovvero il differenziale sui tassi di interesse che i tedeschi pagano sui loro BTP decennali e quanto invece paghiamo noi sui nostri.

Ma è realmente così? E, soprattutto, cosa cambia adesso per gli italiani?

Alla prima risposta, personalmente, sono portato a rispondere di no. Come abbiamo tentato varie volte di ricordare dalle pagine di Appunti Alessandrini, l’Italia soffre di problemi strutturali che inficiano in modo determinante e particolarmente grave la sua produttività, minandone le prospettive economiche.

Considerando inoltre che siamo anche un paese fortemente indebitato (almeno per quanto riferisce al debito pubblico) e ad elevatissima pressione fiscale, non riusciremo ad uscire dalla nostra scomoda posizione se non faremo anche noi le riforme, altrettanto spinose, che da anni rinviamo e che invece la Germania ha compiuto a suo tempo, sotto governi di diverso colore politico, in particolare dal mandato del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder in avanti.

Il pensare che i nostri problemi si risolvano con un allentamento del rigore, e quindi con una maggior indebitamento, oppure con la disponibilità da parte della BCE a comprare automaticamente i nostri titoli di stato quando lo spread sale, equivale, per un bambino, a sperare che il mancato studio durante l’anno si risolva chiedendo maggiore comprensione alla maestra o fidando sulle ripetute giustificazioni dei genitori.

Difficile incolpare la Germania, la BCE o l’Euro se, ad esempio, nel settore dell’industria, il prezzo dell’elettricità italiana supera i 22 centesimi al kWh, costo di gran lunga superiore alla media europea, che è poco sopra i 15 centesimi.

E chi dobbiamo ringraziare se il tempo medio stimato per la conclusione di un procedimento civile nei tre gradi di giudizio in Italia è di quasi 8 anni, mentre risulta di 368 giorni in Svizzera, nonostante si tratti di due Paesi, che destinano al sistema giudiziario la stessa quota di Pil, lo 0,2%?

E’ forse colpa della signora Merkel se, come ricordava qualche giorno fa Agostino Pietrasanta, tra le prime duecento università al mondo quelle italiane sono praticamente assenti? Colpa della Bundesbank la rigidità del mercato del lavoro nostrano? E ancora, se l’evasione da noi è al 21% del Pil, circa il doppio di Francia e Germania, è forse per responsabilità della perfida cancelliera? Potrei continuare, ma stancherei inutilmente.

Personalmente credo che la riconferma senza tentennamenti del quadro tedesco, pur nella necessità di una diversa composizione di forze al governo, sia un bene anche per l’Italia. E non tanto perché, come qualcuno si è affrettato a interpretare traendo indicazioni del tutto improprie, una grande coalizione in Germania favorirebbe “per simpatia” le larghe intese nostrane. Quanto perché, togliendoci ogni illusione rispetto a facili soluzioni per uscire dalla melma in cui ci troviamo (non credo che con un diverso risultato sarebbe cambiato il quadro di riferimento), siamo costretti a fare i conti con le nostre responsabilità.

E dunque, non abbiamo più alibi, a meno di volerci addentrare in imprese disperate come l’uscita dall’Euro o la ristrutturazione del debito sovrano, scorciatoie tanto fiabesche quanto gravide di conseguenze dirompenti, che ci porterebbero, sic et simpliciter, in un baratro peggiore di quello greco. Non ci sono più scuse. Non esistono soluzioni facili. Adesso la palla è tutta nostra. Solo a noi italiani decidere se scendere in campo e lottare duramente per il risultato contro il nostro più temibile avversario: noi stessi!

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