Tocca alla politica, se ne ha la forza

Roberto Massaro

caroL’intervento della segretaria generale della CGIL Susanna Camusso, la settimana scorsa durante un convegno ad Alessandria, ha inevitabilmente innescato una serie di considerazioni e riflessioni. Dal punto di vista politico mi associo, condividendoli, ai comunicati emessi dai partiti della maggioranza consiliare e dal PD provinciale. Voglio esprimere solo alcune valutazioni di merito assumendone personalmente la responsabilità. In città e in vari ambienti aleggia ormai da tempo la domanda se fosse davvero necessario dichiarare il dissesto. In verità la dichiarazione del dissesto del Comune di Alessandria non è stata una scelta dell’attuale amministrazione insediatasi a Palazzo Rosso 15 mesi fa. Il Consiglio Comunale, il 12 Luglio 2102, ha votato la dichiarazione del dissesto su esplicita richiesta del Prefetto di Alessandria notificata a tutti i consiglieri comunali con lettera prot. 13629/2012 datata 28 Giugno 2012 che recita:

“La Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti, con delibera n. 260 del 12 Giugno 2012, depositata in data 27 giugno 2012 e trasmessa anche al Sindaco ed al presidente del Consiglio Comunale di Alessandria, ha accertato il perdurante inadempimento da parte del Comune di Alessandria dell’adozione delle misure correttive idonee ad effettivamente risanare la propria situazione finanziaria deficitaria ed in tal modo invertire la tendenza al suo progressivo deterioramento e la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 244 del T.U.E.L. per la dichiarazione dello stato del dissesto finanziario di codesto Comune. Pertanto (…) si assegna al Consiglio Comunale di Alessandria il termine di venti giorni, decorrente dalla data di notifica del presente atto ai componenti del Consiglio Comunale medesimo, per l’adozione della deliberazione recante la formale ed esplicita dichiarazione del dissesto finanziario di codesto Comune. Si avverte che, decorso infruttuosamente il suddetto termine, in ottemperanza al disposto del citato art. 6 (…) lo scrivente dovrà nominare  un Commissario per la deliberazione della stato di dissesto e dare corso alla procedura per lo scioglimento di codesto Consiglio Comunale”. Firmato dal Prefetto Amelio.

L’attuale maggioranza si è trovata, pertanto, di fronte alla sentenza della Corte dei Conti di Torino e alla conseguente richiesta da parte del Prefetto. Poiché, in uno stato di diritto, le sentenze della magistratura vanno rispettate ed applicate (pur nella libertà di criticarle), ho votato la dichiarazione di dissesto ritenendo in coscienza di compiere un atto dovuto.  Sul percorso che ha portato la Corte dei Conti ad emettere la sentenza nr 260  del 12/6/12 rimando, per chi ne abbia voglia ed interesse, alla lettura dell’ultima  relazione della Corte stessa sulla gestione finanziaria degli enti locali  rintracciabile sul sito http://www.corteconti.it/novita/dettaglio.html?resourceType=/_documenti/novita/elem_0426.html in particolare alle pagg. 490, 495, 530, 531 dedicate alla situazione finanziaria del Comune di Alessandria.

Questi sono, in sintesi, i fatti: tutto il resto sono chiacchiere o disinformazione. Nulla di nuovo, peraltro, in un  Paese dove una menzogna ripetuta migliaia di volte diventa una mezza verità e dove un Parlamento, con sprezzo cosmico del ridicolo, solo qualche mese fa ha votato a maggioranza una mozione in cui si  sanciva che “poiché Berlusconi credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak, il presidente del consiglio ha agito nell’esercizio delle sue funzioni.”

Ad  Alessandria l’attuale amministrazione, non senza errori o ritardi, ha operato per riportare il Comune nel solco della legalità e per risanare il bilancio contemperando il rigore e l’attenzione ai servizi alla persona. La farraginosità delle norme, peraltro sempre in evoluzione, e la mancanza di una legislazione in materia di ammortizzatori sociali utile ad affrontare nel settore pubblico una fase di ristrutturazione, hanno fatto il resto.

Ora siamo giunti al dunque. Tra poche settimane, come concordato con il Ministero degli Interni, il Consiglio Comunale dovrà votare i bilanci 2011, 2012, 2013 ed il previsionale 2014/2015. In questo breve spazio  temporale, la politica ed i partiti se ne hanno la forza, devono aiutare la città a  rialzarsi e a riprendere il filo di questa ingarbugliata matassa. Perché, se è vero che ai sindacati spetta legittimamente la rappresentanza dei lavoratori, è ai partiti che la Costituzione (art. 49) assegna il ruolo di anello di congiunzione tra le istituzioni rappresentative e la volontà popolare. Purtroppo nel nostro Paese, causa la debolezza crescente dei partiti, queste funzioni si sono talvolta confuse e sovrapposte.

Chi amministra un territorio ha uno sguardo d’insieme non paragonabile per ampiezza e responsabilità a quello di chi difende legittimamente gli interessi di una categoria. Un amministratore deve farsi carico certamente di chi lavora ma  anche esercitare la propria titolarità su funzioni essenziali alla comunità: viabilità, sicurezza, manutenzione delle strade, strutture scolastiche, etc. Forse è anche  nell’incapacità a decidere che risiede uno dei motivi della  disaffezione di tanti nostri concittadini dai partiti e dalla politica. La stessa “concertazione” è un valore positivo se porta, però, a soluzioni condivise. Talvolta invece è divenuta il luogo dove esercitare un diritto di veto sui provvedimenti non condivisi. Ma i veti portano alla paralisi, a non decidere, a rimandare continuamente.

Non c’è, in Italia,  provvedimento legislativo che non trovi una lobby che si muova ad influenzarne l’iter. Tutti dicono che la legge elettorale va cambiata ma non si riesce a farlo. Tutti sono concordi sull’abolizione delle province ma queste sono ancora tutte al loro posto. Tutti vogliono la riforma della giustizia ma poi la lobby degli avvocati e le associazioni dei magistrati ne minano continuamente il percorso. Tutti vogliono le liberalizzazioni (in casa d’altri) ma poi ci si ferma subito quando 100 tassisti  inscenano una  protesta davanti a Palazzo Chigi. Chi è chiamato a governare un territorio, sia esso un piccolo paese o l’intera nazione, deve assumersi la responsabilità di ascoltare tutti ma poi di decidere trovando la forza di incidere anche sui cosiddetti “diritti acquisiti”, che in tanti, troppi casi sono diventati “privilegi acquisiti”. Altrimenti che cosa diventa una democrazia dove gli organi esecutivi non sono in grado di decidere?

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