No Sab

Daniele Borioli (*)

delMi ha molto colpito, nei giorni scorsi, l’intervista con la quale Erri De Luca ha rivendicato la propria partecipazione ad alcuni atti di sabotaggio contro la Torino-Lione. De Luca è un autore che leggo e apprezzo, ed è sempre  essere così radicalmente in disaccordo con chi, in ragione del peculiare rapporto che si instaura tra narratore e lettore, nel corso del tempo ha stabilito con te frammenti di condivisione intellettuale e sentimentale.

De Luca esprime apertamente la sua adesione morale e politica ai sabotaggi, assumendosi almeno la responsabilità di non dissimulare la propria posizione  sotto il mascheramento delle dissociazioni tanto rituali quanto poco credibili, che connotano invece l’atteggiamento di altri simpatizzanti.

Ma è un’assunzione di responsabilità che prelude all’irresponsabilità e alla faciloneria che pervadono tutta la sua intervista. A cominciare dal tentativo   di nobilitare i sabotaggi messi in atto dai No Tav attraverso il fuorviante richiamo ad alcune modalità di lotta determinatesi nella storia del movimento operaio.

Modalità circoscritte e del tutto minoritarie nel tempo e nello spazio, caratteristiche o delle fasi primordiale della lotta di classe o dell’estremismo, sempre rigettato dalle organizzazioni politiche e sindacali che hanno guidato il percorso più che secolare dell’emancipazione sociale, culturale e politica delle masse proletarie.

Naturalmente, è del tutto trascurabile per De Luca che il neo-luddismo a cui vengono a giocare in Val di Susa lui e altri gruppi di “figuranti della rivoluzione”, provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa, si scagli contro operai e poliziotti. E’ irrilevante che il gioco di simulazione insurrezionale, spacciato per “difesa del territorio”, lo stia in realtà progressivamente spegnendo, provocando danni incalcolabili all’economia locale.

Ciò che conta per lui non è rispondere sul piano morale, oltreché intellettuale, degli effetti che le sue parole e i suoi gesti producono o possono produrre. Ma solo recitare e contemplare la coerenza narcisistica  tra il proprio pensiero e i propri comportamenti.

Per alcuni aspetti, De Luca è uno dei reduci di quella vena anarchica e individualista che ha accompagnato la vicenda politica e personale di alcuni dirigenti dei gruppi rivoluzionari italiani, cresciuti negli anni ’60 e ’70 del Novecento. I quali, non essendo riusciti a “fare la rivoluzione”, hanno continuato a giocarla.

Alcuni rifluendo nelle braccia dell’antistatalismo tout court, in alcuni casi lasciato scivolare sul piano inclinato della deriva destrorsa e populista che ha trovato nel berlusconismo la sua più compiuta espressione. Altri,  attestandosi ostinatamente nel campo dell’irriducibilità antagonista, senza sé e senza ma.

Probabilmente, è questa stessa vena di irriducibilità che alimenta sia l’effervescenza e il fascino della scrittura di De Luca, sia l’intollerabile irresponsabilità del suo voler “fare scandalo”, assumendo le vesti del sabotatore. Come scriveva Baudelaire, l’albatro è tanto elegante da vedere quando vola, quanto goffo se cammina sul ponte della nave.

Intollerabile irresponsabilità. Indifferenza (im)morale verso gli effetti delle proprie affermazioni. Molto grave per un “intellettuale della parola”, che dovrebbe conoscere gli esiti generabili dall’asimmetria di rapporto tra lo scrittore e il “suo pubblico”. Esiti di legittimazione e di emulazione, che possono estendere l’incendio, anche in senso letterale, della Valle di Susa.

Allargandolo non solo alle forze dell’ordine, agli operai, ai tecnici, agli operai, agli imprenditori vittime delle violenze ormai quasi quotidiane; ma anche ai destini bruciati di taluni degli attori del campo insurrezionalista: personalità fragili, immature, inconsapevoli, in qualche modo anch’esse vittime del gioco.

Fa male constatare come dalla riflessione di De Luca resti totalmente esclusa la considerazione del macroscopico squilibrio esistente tra la sua posizione e quella di molti dei suoi sodali e/o epigoni, nelle possibilità di sottrarsi o difendersi dagli effetti che la legge prevede per quelle azioni.

E’ una storia che abbiamo già conosciuto. Accadde al crepuscolo del movimento del ’77, quando centinaia di giovani abbracciarono le teorie della rivolta armata, imboccando la strada del carcere e della devastazione esistenziale, mentre i maestri ispiratori trovarono comodo rifugio nelle capitali e nei cenacoli culturali di tutta Europa.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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