Alla faccia della Costituzione

Domenicale Agostino Pietrasanta

univGran brutta sorpresa, o forse amara conferma. Ci sono agenzie di valutazione che non trovano nessuna delle nostre Università tra le prime duecento (!) del globo; altre che, più benevolmente, inseriscono Bologna al 188° posto e Roma al 196°. Anche nella seconda ipotesi, cui ci attacchiamo disperati, siamo a fronte di un disastro devastante per la cultura e la formazione del cittadino italiano e, conseguentemente, per i processi democratici della nazione. Nel frattempo, i media nazionali ci informano che la preparazione dei docenti della secondaria superiore crolla a livelli scandalosi e che una norma del recente decreto/scuola farà obbligo ai docenti “più scarsi” di aggiornarsi !

Non so se vi sfugge la componente umoristica della situazione, ma si tratta dell’amaro umorismo di stampo pirandelliano, dal momento che si ha immediata percezione delle contraddizioni radicali che il sistema ha creato; nel contempo si può benissimo individuare, a lume di logica e ragione, la radice dello sconquasso che le élite politiche dirigenti hanno creato negli ultimi decenni.

Intanto si rileva che quasi nulla è stato fatto per la ricerca e quasi nulla è stato stanziato per un obiettivo che la Carta costituzionale ha posto come prioritario. Alcuni miei amici mi oppongono con insistenza che i richiami alla Costituzione appaiono un po’ vecchiotti, se non retorici; direi piuttosto che certi cardini e certi impianti sono stati abrogati nei fatti. Tutto questo perché mentre la Carta promuove la cultura e la formazione come valori, ma anche come strumento della conoscenza e dunque della responsabilità del cittadino, mentre si propone la centralità del merito per i capaci in grado di far crescere la competitività della nazione, le risorse sono state disperse per decenni nelle spire del clientelismo e dello spreco, lasciando prima al lumicino e poi al vuoto assoluto le risorse per la cultura e la ricerca. Alla faccia della Costituzione!

Adesso viene fuori la più bella: poiché gli insegnanti sono impreparati o scarsamente aggiornati, bisogna obbligarli a frequentare “corsi di recupero”. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da “rovinare” nella più fragorosa delle risate. Sono ormai vecchio e stanco; resta il fatto che quando lo ero un po’ meno, ho sempre sostenuto che la priorità per un insegnamento efficiente, non era l’infarinatura “psicologistico/didattica”, ma il rapporto fra ricerca e didattica in modo che, attraverso l’aggiornamento dei docenti i risultati della ricerca arrivassero a rinnovare la pratica dell’insegnamento. Si trattava di un aggiornamento da proporre a tutti, non ai più “ignoranti”; in caso contrario anche i docenti migliori sarebbero caduti nello stereotipo, nel manualistico, nel ripetitivo e banale.

Per lungo tempo, questi ragionamenti sono stati ignorati e,  bene spesso, contestati dalle malattie del didatticismo. In fondo non c’era né ricerca, se non al lumicino, né ovviamente e di conseguenza risultati da proporre, né tanto meno risorse per l’aggiornamento. Se qualche docente si aggiornava, lo faceva a proprie spese ed in orari non previsti dal contratto di lavoro, per non incorrere nelle ire dei dirigenti scolastici che, non sempre e non tutti illuminati, non tolleravano assenze neppure nelle ben poche utili riunioni degli organi collegiali, per quei pochi insegnanti che avrebbero voluto dedicare una parte del loro tempo ad aggiornarsi, anziché subire le lungaggini dei “collegi dei docenti”.

Ora è da decidere,   per risalire una china difficilissima. I rattoppi non servono; va ripresa in mano la politica della formazione, trovare le risorse tra le tante pieghe degli sprechi e dei clientelismi, delle lobby e delle corporazioni e puntare alla promozione del merito che, posto al servizio della nazione, produca consapevolezza democratica, protagonismo civile e competitività nella produzione. Per la crescita non c’è altra strada; per il rigore si sono già prodotti lacrime e sangue, senza adeguati riscontri.

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