Il cambiamento è ritorno alla Politica, quella vera

Carlo Baviera

savNel momento in cui scrivo (31 agosto) il Cav. Evasore si sta ancora dilettando nell’«avanti andrè» del faccio saltare il Governo se il Senato decide di applicare la legge. Perciò può essere che tutto il mio ragionamento non abbia più alcun valore. Ci sono però alcuni che sostengono che, nonostante tutto, Letta resisterà fino alla Presidenza europea per l’Italia. Allora fingiamo che sia quest’ultimo il quadro politico futuro.

Non sono pochi ad affermare che “se questa esperienza di governo riesce a durare finirà per segnare l’avvio di un cambiamento profondo del nostro sistema politico”. In che senso è difficile da dire: se sarà superato definitivamente il secondo tempo della Repubblica, del bipolarismo coatto, e la competizione avverrà fra schieramenti meno aggressivi verso l’avversario e in un sistema più dialogante, oppure se, superando  le ragioni di incomunicabilità, si rafforzeranno gli elementi di convergenza fra esponenti e gruppi omogenei e centristi.

Nell’uno e nell’altro caso sarebbe necessaria una convergenza verso il centro da parte delle coalizioni contendenti. Ipotesi possibile ma, per ora, condizionate da una visione che resta limitata alle semplici vicende nazionali e ancora basate su argomenti prettamente “politicanti” e di tattica.

Affinché siano positive le auspicate novità e ci portino “avanti” rispetto al solito svolgersi della politica nazionale, a mio modesto parere, è più interessante (e nel contempo difficile) guardare con una prospettiva più ampia. Mi servo di poche battute di Savino Pezzotta, il quale sintetizza: “La nuova grande trasformazione intreccia le questioni economiche (globalizzazione, interdipendenza mondiale, nuova divisione internazionale del lavoro e della produzione, emersione di nuovi paesi, passaggio dal G7 al G20), quelle politiche (geopolitica, le rivoluzioni arabe, il peso politico militare della Cina, la contrazione della centralità Usa), la pervasività delle nuove tecnologie nella vita delle persone (nascita, morte, salute, modificazioni genetiche, biotecnologie, ecc.) nelle relazioni sociali, nel lavoro e in tutte le dinamiche relazionali. Nello stesso tempo non posso sottovalutare l’emergere della questione ecologica che rappresenterà la vera sfida per il nostro futuro. Anzi, dovrei dire che l’orizzonte esistenziale del futuro avvenire rischia di essere comandato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, ma anche dalla scarsità di acqua, di terre fertili aggredite dalla desertificazione, dall’inquinamento, della devastazione dello sfruttamento intensivo; dalla distruzione della biodiversità; dalla crisi energetica dovuta all’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi; dall’esaurimento di diverse risorse geologiche che alimentari”.

Mi pare, senza avere la pretesa di aver ragione o di essere esauriente rispetto alle “emergenze” e “priorità”, che il rinnovamento, il cambiamento, l’andare verso il terzo tempo della Repubblica non possa non tenere conto della interdipendenza mondiale e dell’emersione di nuovi Paesi (in alcuni dei quali è ancora necessaria una dose pesante di diritti del lavoro e di attenzioni ambientali); delle novità diplomatiche e di “travaglio” nelle nazioni arabe e africane (e non possiamo sorvolare su Egitto e Siria) che richiedono di lavorare per la pace in modo nuovo, e non invece armando la pace come ci dice un Ministro molto quotato in ambito cattolico; della necessità di affrontare la questione bioetica laicamente ma senza integralismi e laicismi; del dovere di affrontare in modo strutturale i mutamenti climatici e la necessità di stili più rispettosi dell’ambiente e delle risorse alimentari; e rivedere in senso comunitario e sussidiario tutto il welfare aumentando tutele e garanzie nel mondo del lavoro anche attraverso una nuova democrazia economica in cui anche i nuovi lavori e la nuova organizzazione abbiano cittadinanza.

“Ciò che non serve è essere bloccati dalla grande coalizione, dal congresso del PD, o dalle conseguenze delle sentenze – dice ancora Pezzotta – Inoltre i cambiamenti non riguardano solo la politica, ma la società. Non possiamo essere tanto ingenui da pensare che sotto i colpi della recessione economica, la società italiana non si ristrutturi e si riarticoli”. Comunque “ciò che non deve venire meno nel tempo della <grande coalizione> è la dialettica, il confronto e se necessario il conflitto”.

Pezzotta, e io condivido, ricorda  che deve anche tornare la Politica, quella che coinvolge i cittadini, quella che apre le Sezioni dei partiti, quella che discute, e si divide, se necessario, sulle proposte, sulle strategie. E che il cambiamento profondo del sistema politico non dovrebbe essere un ritorno al passato né una falsa pacificazione. Perché la pacificazione non può che essere un cedere qualcosa da parte di tutti (“soprattutto di chi ha governato per più tempo ed ha avuto più potere”), e se non è un modo per ripresentare i motivi divisivi che hanno fatto venir meno trasparenza, correttezza, rispetto delle norme, e dato spazio alla demonizzazione dell’avversario, della magistratura, delle minoranze.

Concludendo, mi pare che solo se si scombinano le forze politiche attuali possa verificarsi l’ipotesi di pacificazione e di convergenza. Se alcuni personaggi sanno farsi da parte. Se anziché pensare al centro come confluenza delle posizioni più ragionevoli e moderate (o meno estremiste) lo si pensa come strategia per un radicale cambiamento delle abitudini consumiste, della cultura individualista e “popolana”, del moralismo di bassa lega che ha lasciato dilagare lo spregio del civismo, la volgarità, l’affarismo.

E soprattutto se si saprà pensare e operare in grande, all’Europa, all’incontro tra culture e fedi, allo sviluppo di tutti popoli, alla giustizia internazionale; e non solo alle questioni, pur importanti, di casa nostra e alle tattiche congressuali o al piccolo cabotaggio per vincere le elezioni. Già De Gasperi invitava coloro che intendevano essere uomini di Stato a pensare alle generazioni future più che alle imminenti elezioni. Altrimenti si può vincere, ma si resta politicanti.

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