Intervista con Boris Pahor

L’intervista con Boris Pahor  a cura di Gian Piero Armano

bor(Il 26 agosto di quest’anno lo scrittore Boris Pahor celebra il suo centesimo compleanno. In occasione della ricorrenza Appunti Alessandrini ripropone un’intervista, a cura di Gian Piero Armano, rilasciata alla nostra Newsletter nel 2010. Cittadino italiano ma di nazionalità slovena, è nato infatti a Trieste nel 1913. A 7 anni assiste all’incendio del Narodni Dom, il centro delle organizzazini culturali della comunità slovena a Trieste, da parte dei fascisti; rimane profondamente colpito dal fatto che più volte ritornerà nei suoi romanzi. Vive un’esperienza fallimentare dal punto di vista scolastico per l’imposizione della lingua italiana a scapito di quella slovena per cui viene messo in seminario a Capodistria per frequentare gli studi. Nel 1940 viene arruolato nell’esercito italiano e inviato in Libia; dopo l’8 settembre 1943 si unisce ai partigiani sloveni, ma viene catturato dai nazisti e internato in diversi campi di concentramento (Dachau, Natzweiler-Struthof, Bergen-Belsen…). Terminata la guerra, torna a Trieste e aderisce ad organizzazioni culturali cattoliche e non comuniste slovene. A causa di un libro-intervista sulla testimonianza di Kocbek, intellettuale e dissidente jugoslavo, pubblicato nel 1975, in cui denunciava il massacro di 12.000 prigionieri di guerra sloveni compiuto nel 1945 dal regime comunista, vengono proibite le sue opere in Slovenia e gli viene vietato l’ingresso in Jugoslavia. Nel 2008 viene pubblicato in Italia “Necropoli”, la sua opera più nota che racconta la prigionia nel campo di Natzweiler-Struthof; nel 2009 seguiranno le pubblicazioni di “Qui è proibito parlare” e “Tre volte no. Memorie di un uomo libero”. Boris Pahor vive attualmente a Trieste).

Provenienza slovena, cittadino italiano. La sua identità è sempre stata a rischio soprattutto nel ventennio fascista; come visse quel periodo?

La minoranza slovena nel Friuli Venezia Giulia è una minoranza speciale, perché dai sobborghi delle città fino alle Alpi Giulie, quindi tutto il retroterra, è abitato dal sloveni da secoli. La nostra identità è stata a rischio perché la lingua e la cultura slovene, se conservate, facevano paura al potere. Ci trattavano come un popolo senza storia né cultura e non volevano riconoscere che in quel territorio gli sloveni abitavano e convivevano da dodici secoli.

Oltre la violenza che visse a causa dello squadrismo fascista, quali e come furono i rapporti con gli italiani?

Con la popolazione italiana ci fu un rapporto normale durato a lungo, anche se noi sloveni eravamo considerati prevalentemente come contadini, lavoratori del porto a Trieste. E’ dopo il 1848 che nasce la borghesia slovena e si sviluppa maggiormente la vita culturale.

Agli inizi del ‘900 gli irredentisti ci consideravano come avversari in quanto non manifestavamo la voglia di divenire cittadini italiani, ma l’Austria non ci aveva mai ostacolato nel mantenere la nostra cultura e la nostra identità. Poi, durante il fascismo, iniziarono nei nostri confronti disprezzo e derisione, ma proprio per questo ci sentimmo uniti. Vede, la derisione è qualcosa di spaventoso.

Per me, bambino, sentire il maestro che incitava i miei compagni di classe a ridere per come leggevo male l’italiano, fu uno shock più forte che vedere il Narodni Dom bruciare. “Perché mi odiano?” domandavo e la risposta non c’era.

Il fascismo per certi aspetti è stato peggio del nazismo, perché quegli anni sono stati anni di rovina per la nostra giovinezza. Io ci ho perso dieci anni. Non riuscivo a fare le scuole ho dovuto studiare in seminario, ma non volevo essere prete, amavo la vita, così mi sono ritrovato senza arte né parte.

Cosa provò, lei che è di provenienza slovena, a dover fare il militare in Libia per conto del regime fascista?

Non ero entusiasta di essere soldato e di essere mandato in Libia; avrei potuto passare la frontiera nel 1940 e disertare, ma non mi sentivo abbastanza coraggioso per espatriare clandestinamente. Ma in Libia riuscii a prepararmi e diedi l’esame di maturità a Bengasi, perché gli studi che avevo fatto prima non erano riconosciuti dallo Stato.

Le foibe, i misfatti compiuti durante la guerra in terra giuliana…In questi ultimi anni c’è la tendenza a puntare il dito contro gli ex-jugoslavi quali unici responsabili delle violenze e delle morti, ma fu proprio così?

Le foibe sono state una tragedia, ma bisogna ridimensionare il male; e poi bisogna anche raccontare la storia di ciò che furono i fatti crudeli avvenuti a Trieste durante il periodo fascista: 560 incarcerati, 9 fucilati, 100 mila esuli…e poi le fucilazioni nella provincia di Lubiana quando fu annessa al Regno d’Italia, i campi di concentramento organizzati dal fascismo dove a migliaia furono messi cittadini sloveni, i villaggi distrutti, i generali dell’esercito italiano notificati alle Nazioni Unite come criminali di guerra e mai giudicati…Tutto questo è stato insabbiato, ma le vittime delle foibe sono state così usate per scopi politici. Molti credono che la tragedia delle foibe sia nata dal nulla, sia il frutto di una barbarie etnica, non la vendetta per qualcosa che si chiamava guerra, oppressione fascista.

Dopo la violenza fascista, il Lager; quale è stato il contraccolpo più deleterio che ha provato, che cosa ha perso di più di se stesso in quella esperienza?

Sono stato a Natzweiler-Struthof, a Dora che era un sotto campo di Buchenwald, a Bergen-Belsen. Ero prima interprete, poiché conoscevo il tedesco e la lingua slava, di un medico norvegese internato che operava nel campo, poi sono stato infermiere nel campo ed ho constatato la tragedia dei malati, dei moribondi, di quelli che invocavano la morte perché non reggevano più al clima di violenza, di fame, di dissenteria, di ferite purulente che erano causate dal lavoro duro e prolungato nelle gallerie dove si costruivano pezzi per la realizzazione dei V1 e V2, soprattutto a Dora.

Tante volte, prestando la mia assistenza a quei poveri sudici corpi da lavare, pulire e seppellire, mi sono chiesto: fino a che punto l’uomo può essere criminale verso l’altro uomo? Credo che l’umanità abbia ancora da percorrere tanta strada prima di divenire veramente umana… siamo appena all’inizio.

Il “Giorno della Memoria” incomincia a dare qualche segno di usura; non si corre il rischio che divenga una ricorrenza insipida come ce ne sono tante? Quanto influisce il clima politico attuale a far sbiadire il valore della memoria storica?

Si è sempre in pericolo, purtroppo, di ricominciare l’esperienza di un governo di dittatura; inoltre nel dopoguerra in certi casi sono stati commessi più crimini inammissibili che nella II Guerra Mondiale. Hiroshima e Nagasaki, la guerra in Vietnam, il regime di Pol Pot in Cambogia, la guerra balcanica, Sarajevo, in Darfur, ecc… ciò dimostra che i morti del conflitto mondiale sono dimenticati e il “Giorno della Memoria” rischia di divenire un’abitudine, non una necessità di fare un esame di coscienza conoscendo ciò che è stato.

Ho speranza che ci siano giovani che non hanno intenzione di lasciarsi travolgere, che si impegnino a conoscere e studiare il passato per guardare con criticità il loro tempo, giovani come Ema, la protagonista del mio libro (“Qui è proibito parlare”) che ritrova se stessa e diventerà una resistente per salvare dei valori.

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