Una condanna non fa un carcerato

Domenicale Agostino Pietrasanta

berAdesso, a meno che non si tratti di una celia, non venitemi a dire che c’è da stupirsi. Chi dice di stupirsi, statene certi, è in malafede. E poi, nella nostra patria, quando mai un condannato va sicuramente in carcere? A meno che non si tratti di un pluriomicida, di un mafioso reticente, oppure di un povero diavolo che, per sfamare i figli, ruba al supermercato una pagnotta, difficilmente, per una condannato, sia pure in via definitiva si aprono le porte del carcere; e mentre tutti i media, rimasticando come l’eroe pirandelliano, la vita dei morti, invocano la certezza della pena, in effetti l’unica cosa assolutamente certa è che mai nessuno, almeno da noi, sconta la pena cui è stato condannato. E, sia chiaro: tutto questo a rigorosa applicazione della legge, dal momento che nelle nostre norme diventa lecito proprio ciò che, bene spesso, lecito non è.

Se così stanno le cose, né avrei dubbi che stiano così, voi vi stupite se Belusconi  non vuole sottoporsi di buon grado alla esecuzione della sentenza definitiva che lo condanna per evasione fiscale? Andiamo su, siamo seri! E’ pur vero che tutto la vicenda assume la forma della farsa, ma se nella forma ci mettete qualcosa di serio vi esce la tragedia di una nazione che sta crollando sulle sue rovine.

Resta il fatto, anzi restano i fatti che vi dicono, senza ombra di dubbio, che chi ha manovrato, con condiscendenze e connivenze varie, le norme dello Stato, le Istituzioni democratiche a suo individuale ed esclusivo vantaggio, ora coerentemente, dichiarando lealtà al governo, tenterà di piegare ancora una volta la legge ed indirizzare le vicende istituzionali agli interessi che lo riguardano. Sinceramente mi stupisco che ci sia qualcuno che si stupisca e che i soliti media di prestigio nazionale, ancora rimasticando le ragioni dei morti, continuino ad invocare l’interresse del Paese, il bene comune.

E la stessa coerenza del cavaliere coinvolge i suoi più “fedeli” collaboratori: se il PDL non tanto è il partito del padrone, quanto il padrone stesso, se il PDL e Berlusconi sono semplicemente la stessa cosa, cosa volete che facciano i ministri pidellini se non mandare all’aria alleanze ed impegni? Caduto Berlusconi, caduto il partito, cade l’impegno, dal momento che si pretende che la legge non venga applicata, salvo il crollo generale perché alla fine se “muore” il cavaliere che sostituisce le istituzioni, quando non pretenda di identificarsi con loro, più nulla conta e tanto meno la salvaguardia degli interessi generali. Nulla di nuovo sia chiaro; non è mica l’ultimo “unto dall’alto” che ha inventato il principio fondativo (!) delle istituzioni, “lo Stato sono io!”

E poi, non c’è forse il pericolo che, se il governo regge, si vada alla riforma elettorale? E qui se qualcuno dei deputati in carica la vuole, scagli per primo una pietra, con la speranza che tutti, ma proprio tutti, siano sinceri. Sarebbe un comportamento veramente trasversale: un miracolo, ma anche ai miracoli si può credere. In genere, lo si fa se disperati della tenuta dei mezzi logici ed ordinari.

Eppure tra le pieghe della farsa, che rischia però di tradursi in tragedia, anch’io mi faccio visionario ed intravedo un segnale di luce. Il cavaliere potrebbe scegliere di essere affidato ai servizi sociali ed io oso pensare che se in tale ruolo si dimostrerà tanto adeguato quanto lo è stato nella difesa di sé e delle sue aziende, in Italia più nessuno soffrirà la disperazione dell’indigenza e della fame.

L’ho pensata da pazzo? Se voi riuscite ancora a pensarla da mentalmente sani, suggeritemi la strada ed io vi seguirò volentieri.

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One thought on “Una condanna non fa un carcerato

  1. Un giovane imprenditore si rivolge a un Comune per farsi dare, previa presentazione dei requisiti, i titoli per poter esercire: passa il tempo, vengono comprati strumenti e assunte persone, fatti i contratti. Siamo in aprile. A Maggio il Comune per volontà del nuovo sindaco rivoluziona l’iter e il giovane imprenditore e la sua squadra lavorano alacremente per ottenere i titoli utili. Nel frattempo si prendono contatti e si firmano accordi con personale nuovo e clienti nuovi. Il Comune che deve rilasciare autorizzazione a un’azienda già certificata dal Ministero dei Trasporti continua a tergiversare, crea intoppi, invoca protocolli e passano settimane ad ogni nuova richiesta.
    Nell’Italia dei disoccupati un Comune, quello di Bareggio, provincia di Milano, impedisce a forza di carte bollate a un’azienda nuova e certificata che ha già speso 110 mila euro ed ha impegni per 50 mila euro annui di operare. Gente che ha impegnato le sue risorse, che ha mollato posti di lavoro per la nuova impresa, gente che aspetta di lavorare. Tutti fermi a inseguire le masturbazioni mentali di un Comune dell’hinterland. Questa è l’Italia del decreto del fare. L’unico decreto da fare e con la massima urgenza, è quello di farsi furbi. Si, professore, qui sono tutti pazzi, ma non perchè un sessuomane ultrasettantenne pretende l’assoluzione circondato da una flotta enorme di piaggioni, ma perchè persone serie, come me modestamente, è vittima di enti locali tanto inutili quanto dannosi. Dieci persone che rischiano di non lavorare, centinaia di migliaia di euro spesi e tutto resta fermo perchè una inutile carta bollata non corrisponde ai dediderata di qualche impiegato frustrato. In questo scenario, un personaggio ripugnante come Berlusconi riesce a risultare secondario. Questo è il dramma. Peccato che neppure Napolitano se ne accorga, che non se ne accorga Letta è normale.

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