Vivere o sopravvivere?

Il dibattito sul futuro del Cattolicesimo Democratico 1 ● Marco Ciani

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Alcuni giorni addietro, Carlo Baviera ha avviato da questo blog una discussione sul futuro del cattolicesimo democratico. Mi perdonerà l’amico Carlo se, a fronte delle molte questioni che lui pone in modo ordinato e sistematico, la mia modesta risposta si limiterà a cogliere solo alcuni dei punti evidenziati, ovviamente senza alcuna pretesa di esaustività, in attesa di altri, ben più autorevoli, interventi.

Innanzitutto, sono anch’io tra coloro che hanno seguito la traiettoria della Sinistra di Base della Dc (o area Zac, definizione che suscita ancora in me non poca nostalgia), passando per le esperienze intermedie del Ppi prima, quindi della Margherita, fino a confluire nel mare magnum del Pd.

Le ragioni per cui percorsi tale cammino erano individuabili principalmente in due ordini di motivi. Il primo, essendo stato a suo tempo un militante dell’Azione Cattolica mi ero ritrovato, quasi naturalmente, nell’impronta cristiana, solidaristica e laica della corrente allora guidata da Martinazzoli; il secondo, prodotto invece dalla repulsione integrale nei confronti del berlusconismo (all’epoca agli albori) per tutto quanto esso rappresentava già allora, anche in termini di continuità rispetto all’esperienza – a mio modo di vedere radicalmente negativa – del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani, per i più giovani); esperienza che portò anche alla fine, purtroppo ingloriosa, della prima Repubblica e dei partiti che in essa avevano retto le sorti del governo nel cinquantennio post/bellico, con ciò facendo dimenticare il molto di buono che era stato fatto dalla Dc nei primi decenni dal ’45 in là, anche in termini di sviluppo economico e sociale della nazione.

Malgrado la mia scelta all’epoca non conoscesse tentennamenti, non nego che già da allora mi venne spontaneo pormi l’interrogativo di cosa ne sarebbe stato, alla fine, di una forza di ispirazione cristiana, da sempre caratterizzata dall’anti/comunismo, che, contro la sua tradizione, rompeva nei fatti con tale impostazione e si avvicinava fatalmente agli eredi di Togliatti, pur nella loro mutata veste (tardiva e successiva al crollo del blocco orientale).

Mi parve piuttosto chiaro, a maggiore ragione dopo l’ingresso di Forza Italia nelle file del Ppe, che la parabola intrapresa avrebbe, nella migliore delle ipotesi, avuto come termine d’approdo – quasi ineludibile, a quel punto – il terreno del socialismo europeo, luogo mediano tra un’esperienza che partiva dal solidarismo cristiano ed un’altra che invece sorgeva dal comunismo nazionale (con il corollario, invero originale, della quasi completa assenza nel predetto disegno, dei socialisti storici del Psi e del Psdi, affluiti in massa nel nuovo progetto berlusconiano).

Nel ritenere questo, mi apparvero chiari i rischi di una progressiva perdita di pregnanza della nostra presenza in quanto altri esperimenti di movimenti cattolici collocati politicamente “a sinistra” avevano sempre finito per dissolvere e dissipare la propria consistenza. Si pensi, ad esempio, al caso dell’Mrp francese di Robert Schuman. E così è stato anche questa volta, se è vero come è vero che lo stesso Ppi, riportato in vita dopo la crisi della Dc, perse progressivamente consenso a partire dall’11% delle politiche del 1994 fino a toccare, nel corso delle ultime elezioni alle quali partecipò, le europee del 1999, la poco lusinghiera cifra del 4,2%, per di più frutto di una continua e costante emorragia di voti nel corso del lustro nel quale fu presente.

In effetti di partiti cattolici o correnti cattoliche a sinistra, nel mondo, non v’è traccia significativa. E l’Italia non fa eccezione. Un conto è essere la sinistra cattolica di un centro moderato (come la Dc) o di un partito conservatore. Un altro essere la sinistra cattolica di un partito socialista o progressista. Nel primo caso, può avere qualche successo anche quantitativo. Nel secondo non risulta. E questa è storia. Il pensare che l’Italia possa sfuggire a tale condizione, in virtù di non sa bene quale specificità, a me pare più evanescente che illusorio.

Purtroppo, per non voler guardare troppo da vicino la realtà, a fronte di risultati deludenti e declinanti, ci si abbandonò sempre più spesso alla metafora evangelica del sale e del lievito, secondo la quale, a contare non è tosto la quantità, ma piuttosto la qualità di una presenza. Si tratta di un espediente che anche a me è capitato di ripetere più volte, ma che, ad un’analisi più disillusa e distaccata, appare oggi poco più che una pietosa consolazione.

Allo stesso modo, mi pare che tutti i tentativi di ri/attualizzare una corrente di pensiero che tanta importanza ha avuto nel corso della storia repubblicana, fin dalla fase costituente, si siano sostanzialmente dimostrati privi di successo. E mi sono dunque chiesto, alle corte, se abbia ancora un senso portare avanti una tradizione che, evidentemente, non suscita più molto interesse se non in una ristrettissima cerchia di nostalgici, pur in buona misura soggetti di notevole livello e, non di rado, illuminati.

E poi il continuo richiamo alla Costituzione ed alla sua difesa, quasi fosse un feticcio da idolatrare acriticamente senza coglierne, assieme alle grandi qualità anche i limiti, i limiti di una struttura nata in altra epoca e con altre necessità, tra le quali quella di porre dei potenti baluardi verso ogni degenerazione del sistema democratico a destra, a sinistra o in senso confessionale.

Un discorso analogo mi pare si possa svolgere rispetto al continuo appello al Concilio, il cui ossessivo richiamo a mezzo secolo dal suo avvio non può risolvere i nostri problemi, malgrado l’elezione di un Pontefice aperto e per certi versi rivoluzionario, come Francesco, possa ridare tale (a mio parere, infondata) impressione. Senza poi considerare la perdita di pregnanza da parte della Chiesa, rispetto all’attuale società secolarizzata (nonostante la potente lobby clericale, forse un effetto reattivo di tale declino) e, almeno per quanto riguarda le ultime generazioni, sostanzialmente agnostica.

E in quanto alla laicità ed alla solidarietà, che rimangono i tratti costitutivi per eccellenza dell’esperienza cattolico democratica, all’interno della più ampia visione del cristianesimo democratico, la mia opinione è che costituiscano, da soli, riferimenti teorici troppo deboli per guardare con fiducia al futuro. Tali caratteri sono infatti comuni alla sinistra (pur se con molte declinazioni, non sempre compatibili) e non giustificano quindi la necessità di distinguersi dal resto del mondo progressista.

Senza contare che, non di rado, si sentono rispetto a questi temi, da parte di esponenti più o meno riconducibili al cattolicesimo democratico, le espressioni più varie e disparate, talvolta radicali, talvolta moderate, talvolta intermedie, tanto da far dubitare che esista ancora una comune radice di pensiero alla base di tutto.

A me pare, molto onestamente, che il cattolicesimo democratico, così come è ormai conciato, abbia poco da dire all’uomo d’oggi. Non mi sembra proponga una ricetta concreta (sottolineo l’aggettivo) soprattutto per ciò che rappresenta il maggior problema del mondo attuale: la situazione economica e le sue conseguenze: la globalizzazione, le nuove disuguaglianze (tema assai più complesso e articolato di quanto la facile vulgata dipinga normalmente, in presenza spesso di fenomeni contraddittori e di assai difficile interpretazione), i flussi migratori, l’imperio della tecnica, i rischi per l’ambiente.

mafaFaccio ancora un passo indietro. Amintore Fanfani ed Enrico Mattei, ebbero, assieme ad altri sapienti esponenti della Democrazia Cristiana l’intuizione di trovare in un’economia mista pubblico/privata una possibile via mediana tra capitalismo liberista e socialismo reale. Una sorta di terza via che in altri Paesi a guida democristiana, come la Germania Ovest, prese il nome di “economia sociale di mercato”. Fu un progetto fortunato, che contribuì a quell’enorme crescita della ricchezza nazionale che tutti ricordano come il “miracolo economico italiano”.

Oggi tale impostazione non sarebbe più attuale. Erano altri tempi. Ma è in grado il cattolicesimo democratico di elaborare qualcosa di simile per le generazioni attuali? Siamo in grado di distinguerci dal resto della sinistra per originalità e proposta anche su temi economico/sociali? Come affrontiamo le enormi questioni del lavoro, dell’impresa, dei flussi finanziari in un mondo che muta alla velocità della luce? In due parole: Siamo in grado di andare oltre il sacro museo delle reliquie del passato? Siamo in grado di immaginare un modello positivo e propositivo per l’oggi e per il domani?

Ecco, su questi temi io mi attenderei qualcosa di più solido degli abituali mantra, spesso sottratti dalla sinistra più tradizionale e riproposti in modo pedissequo e affatto originale, con l’effetto di sbigottire ancor più i pochi che si riconoscono nel cattolicesimo democratico connotando, per lo più, i rimasti come una brigata di combattenti e reduci superstiti.

Forse continueranno ad esistere cattolico democratici senza riferimenti politici riconducibili al cattolicesimo democratico, così come esistono liberali, in tutti gli schieramenti italiani, pur in assenza di un partito liberale propriamente detto.

Se non c’è altro di più interessante, si può anche prendere atto che una stagione è finita, che il cattolicesimo democratico si chiude con la fine di quel più ampio contenitore che fu il cristianesimo democratico italiano e, senza prolungare oltre un dibattito infecondo, considerare terminata un’esperienza gloriosa, originale e fruttuosa ma forse ormai conclusa, come il chicco di grano caduto in terra dalla cui morte, potrà magari un domani prodursi qualche frutto.

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