Segretario o Candidato Presidente?

Carlo Baviera

releFingiamo che tutta l’Italia sia bloccata dal dubbio se le primarie Pd debbano indicare se il nuovo Segretario debba anche essere automaticamente candidato alla Presidenza del Consiglio per le prossime elezioni.

Per prima cosa rilevo che si dovrebbe tener conto, piaccia o meno, dello Statuto di quel partito. Lo Statuto prevedeva la concentrazione delle due cariche nella stessa persona; poi per far giocare il “bambino” che sembrava essere il nuovo David, unto per superare un modo vecchio di interpretare il bipolarismo e correre incontro alla vittoria elettorale, si è modificato lo statuto e si sono sdoppiate le cariche: non necessariamente il candidato Premier dovrà essere il Segretario.

Ora si riapre la questione. Però è vero che di regolamenti e Statuti si può morire; se si continua a cambiare le regole a seconda delle convenienze e delle persone. E’ legittimo che un partito riveda e corregga le proprie decisioni, ma questo non può diventare l’argomento che appassiona gli elettori. Né argomento per costruire proposte e alleanze utili al Paese.

Aggiungo che, essendo probabile che si debba dar vita ad alleanze elettorali, a prescindere dal sistema scelto per il voto, la prudenza dovrebbe suggerire di tenersi aperta la possibilità che, in caso di primarie di coalizione, si possa avere la flessibilità necessaria per schierare nella sfida delle primarie suddette il candidato (o i candidati) ritenuto più forte in quel momento.

Lasciando da parte le premesse, anche troppo ovvie, faccio alcuni passi indietro. Ritorno con la memoria ad un’era politica precedente, quando esistevano bestie preistoriche chiamate “partiti di massa”; animali corpulenti, pesanti nei movimenti, rappresentativi di una società immobile, ancora incivile (il lavoro era appesantito da contratti vincolanti, ma tutti lavoravano e l’economia tirava; non si parlava ancora di diritti moderni, ma le famiglie educavano di più e un poco più unite lo erano; non erano previsti gli attuali diritti alla salute e alla tutela ambientale, ma le persone potevano accedere più comodamente ai servizi sanitari): cose da giurassico in cui queste “bestie” enormi chiamate partiti avevano un rapporto con la società, la rappresentavano, ne erano immersi. Le varie componenti – afferma l’ex deputato Giorgio Merlo- erano rappresentative di pezzi di società, di interessi sociali e culturali ben definiti e l’intero partito non poteva fare a meno di queste antenne, o sensibilità, che erano poi tutte indispensabili per il suo futuro.

Ebbene quei partiti, che poi si scoprirà essere anche espressione di comportamenti negativi e gravosi per la società e le istituzioni, quei partiti sapevano scegliere la loro classe dirigente, selezionandola attraverso l’impegno civile (associazioni, Enti comunali, sindacato, cooperazione, consigli di quartiere, …) ed eleggendola nei congressi, locali e nazionali. Quando si trattava di individuare il personale adatto a guidare le pubbliche amministrazioni o per accedere al Parlamento si sapeva privilegiare chi aveva le caratteristiche adeguate a quel compito: lasciando ovviamente all’elettorato l’ultima parola. I candidati proposti, però, avevano in genere un profilo adeguato e, quando possibile, rappresentavano in modo equilibrato le posizioni culturali e sociali presenti nel partito. Questo avveniva a destra, al centro, e a sinistra.

Tornando, quindi, ai nostri giorni osservo, da spettatore neutrale e senza voler mettere becco in realtà di cui non faccio parte,  che il dibattito attorno al leader solo Segretario o anche Candidato Premier rischia di essere stucchevole e inutile.

Un partito dovrebbe prima pensare al proprio profilo, alla propria collocazione internazionale, alla propria visione di persona, di comunità, di Stato, poi ad individuare un aspetto programmatico di massima, infine suggerire possibili strategie e alleanze da ricercare; solo sulla base di questo lavoro emergerà (o verrà individuata) la personalità idonea a reggere la guida di quel partito, e il gruppo dirigente che lo deve affiancare. Una classe dirigente (non l’uomo solo al comando) in grado di lavorare per dare vigore allo strumento partito che si deve guidare, far conoscere in modo capillare programmi, ideali, strategie; e sollecitare il Governo ad attuare le politiche individuate come necessarie e operare in Parlamento per definire leggi che aiutino l’avanzamento sociale e culturale dei cittadini e indichino i comportamenti che vanno puniti perché contrari alla crescita civile della comunità.

Quando verranno le elezioni il Partito (o i partiti interessati) decideranno su chi meglio può rappresentare istanze e politiche attraverso gli strumenti ritenuti idonei (primarie?). In genere, anche nel giurassico della prima parte della vita repubblicana, era il segretario del partito ad accedere alla Presidenza del Consiglio, ma ciò non era un dogma né un obbligo, e a volte si è potuto trovare vie alternative grazie alla flessibilità delle regole.

L’alternativa al “vecchio sistema” dei partiti pesanti è invece decidere regole precise: primarie, scelta del Segretario/candidato premier, ecc. Con partiti più leggeri o all’americana anche questo va bene. Purchè si sappia che se, per un motivo qualsiasi (dai più innocenti, a eventuali complotti) il leader deve dimettersi, si torna a votare, non si fanno larghe intese, non si può cambiare in corsa il leader, ecc.

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