A come agricoltura

L’intervista con l’onorevole Renato Balduzzi  a cura di Dario Fornaro

 agriL’azzardo di convocare, nella terza decade di luglio, una riunione tecnico-politica aperta al pubblico è stato discretamente premiato con una cinquantina di “operatori (o estimatori) del settore” che hanno accolto l’invito a ragionare e proporre in tema di agricoltura e di agroalimentare. Forse che la formula di far parlare la platea, anziché subissarla dal podio, funziona ancora?

Sicuramente almeno in quest’occasione ha funzionato. Ma non credo si tratti di un caso. Tutti i sondaggi di opinione ci dicono che sta crescendo il desiderio di partecipare, dopo decenni di segno contrario. Questo desiderio fa però fatica a trovare sbocchi, in quanti i soggetti politici, vecchi o nuovi, continuano a preferire modalità chiuse, verticistiche, paternalistiche, sul tipo “come ti educo il pupo”. Il problema è che il pupo è cresciuto e vuole coeducare. Né quel bisogno è soddisfatto, se non in minima parte, dalla Rete, per sua natura votata all’immediatezza della partecipazione, ma non alla sua sedimentazione non epidermica. Ecco perché come Scelta Civica di Alessandria abbiamo deciso di dividere le nostre attività in due ideali filoni, “Scelta Civica ascolta” e “Scelta Civica propone”. Tra ascolto e proposta vorremmo cioè che si stabilisse una sorta di circolarità, nella quale i cittadini interessati possano essere al tempo stesso e volta a volta promotori e controllori, testimoni e giudici.

Il tema proposto poteva sembrare fin troppo classico o didattico, ma rispondeva, a quanto pare, al bisogno diffuso di tornare ogni tanto in economia (per usare il linguaggio sportivo) ai “fondamentali”: agricoltura, industria, terziario etc., messi ai margini dalla rincorsa della politica ai temi di moda, futuribili e globalizzati. Può essere? Continuerà Scelta Civica alessandrina su questa linea?

Nell’attuale discussione sul rilancio dell’economia, sul “fare”, è tornato con forza il tema dello sviluppo: che cosa sia davvero, quale rapporto abbia con i beni primari della vita, quale sia il suo rapporto con il prodotto interno lordo. Ripartire dall’economia reale (che cosa c’è di più reale del settore primario?) è stato per noi anche un messaggio: nell’antitesi un po’ falsa tra una crescita ineludibile e una decrescita solo in parte necessaria interrogare il settore agroalimentare e interrogarci tutti insieme su di esso ha il significato di una sfida. Da dove ripartire per un benessere equo e sostenibile? Dove trovare il punto di caduta e di equilibrio tra ambiente, salute e sviluppo? Noi abbiamo indicato da dove pensiamo si debba ripartire, e certamente continueremo in questa direzione, già a settembre.

baldNella vivace discussione è emersa, per l’ennesima volta, una specie di dicotomia che presiede, inconsapevolmente, alla percezione dell’agricoltura da parte del “grande pubblico” a ciò sapientemente indotto dai media. L’agricoltura vera, degna e sana sarebbe quella “di nicchia” (termine vago ma affascinante), mentre l’agricoltura “di massa”, le coltivazioni cosiddette industriali, sarebbero guardate con  una certa sospettosa incomprensione riguardo alla qualità dei prodotti, normalmente non “protetti” da bollini di garanzia o simili sigilli di mercato. Come districarsi tra questi due “opposti estremismi”?

Il modo migliore è forse quello di partire dai dati. In neanche 40 anni la superficie agricola italiana è diminuita del 30%, a causa soprattutto della cementificazione. Con questi dati, è chiaro che dobbiamo bilanciare agricoltura di nicchia e agricoltura di massa, e lo possiamo fare soltanto se contrastiamo il consumo scriteriato di suolo e pensiamo a un modello di sviluppo incentrato sulla qualità della vita e dell’ambiente. Scelta Civica ha presentato (primo firmatario il ministro Catania, e io sono stato lieto di firmare con lui!) una proposta di legge per determinare l’estensione massima di superficie agricola consumabile, porre limiti alla modifica della destinazione d’uso dei terreni agricoli che abbiano usufruito di aiuti pubblici, eliminare incentivi impropri a urbanizzazioni selvagge e non giustificate. Così facendo si consoliderà lo spazio per un’agricoltura di massa, indispensabile, e sarà più facile esigere da essa standard ambientali e produttivi adeguati.

Nelle brevi conclusioni del già Ministro della Salute, si è accennato alle polemiche insorte – tra favorevoli e contrari o perplessi – in relazione alla proposta istituzione di una sorta di indice o certificazione nutrizionale da apporre in etichetta di molti prodotti alimentari distribuiti a consumo. Può ricordarci qualcosa in merito?

E’ una proposta alla quale ho lavorato, ottenendo l’adesione dei ministri Catania e Passera, nel corso degli ultimi mesi del mio mandato ministeriale e che sto perfezionando da parlamentare, così da poterla a breve presentare e far approvare. Si tratta di incentivare la qualità nutrizionale dei prodotti conservati, in particolare per quanto attiene al contenuto di zucchero, grassi e sale. Già oggi le norme europee prevedono i cosiddetti claims nutrizionali, facoltativamente da segnalare sulle etichette. Manca però l’incentivo a farlo, che potrebbe essere costituito da un “bollino Italia” apponibile da parte del produttore che, attenendosi ai requisiti previsti dalla normativa europea, metta in commercio prodotti a limitato tenore di tali ingredienti. Se ben modulata, una tale proposta può incentivare i produttori a un miglioramento nutrizionale, gradito dai consumatori e utile all’interesse generale. Non è l’uovo di Colombo (anche perché non abbiamo notizie sulla sua qualità nutrizionale …), ma potrebbe aiutare.

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