I ragazzi di Ipanema

Roberto Massaro

rioPapa Francesco è arrivato a Rio de Janeiro per incontrare i giovani del mondo. Un evento di grandissimo effetto mediatico ma non solo. C’è attesa per il messaggio che il Papa consegnerà alla nuove generazioni ed ho motivo di pensare, alla luce di questi primi quattro mesi di pontificato, che sarà di forte impatto, non solo a livello spirituale. L’ invito ad andare alle periferie delle città e della storia, a uscire dalle proprie certezze, ad incontrare ogni donna ed ogni uomo per far assaporare loro la tenerezza e la misericordia di Dio, troverà qui nella terra carioca un luogo ideale per essere rilanciato urbi et orbi.

A Rio, metropoli dove le diversità si mescolano, le contraddizioni si possono toccare fisicamente e, come in altre città del Sudamerica, le favelas con le fogne a cielo aperto e le baracche non sono lontane dalla city in cui dominano i palazzi dell’economia. Il primo Papa latino-americano troverà una realtà che, a fronte di una crescita economica consolidata e tra le più  performanti del mondo, vive disequilibri drammatici. Incontrerà una nazione che, solo poche settimane fa durante le partite della Confederation Cup, ha visto le strade invase dai manifestanti contro le spese sostenute dal governo per l’organizzazione degli eventi dei prossimi anni: nel 2014 il campionato del Mondo di calcio e nel 2016 le Olimpiadi. Incontrerà una città dove storie di grande disagio sociale convivono accanto alle spiagge più famose del mondo che si affacciano sull’Oceano Atlantico: Leblon, Ipanema, Copacabana.

Ci sarà modo di tornare sul significato di questa 28° Giornata Mondiale della Gioventù e farne un bilancio. Ciò che mi preme analizzare ha uno sguardo più limitato  e riguarda i nostri giovani, quelli che  (circa 7000) sono partiti dalle varie Diocesi con destinazione Rio ma anche i molti che dall’Italia seguiranno i vari momenti significativi dai maxischermi. Per diverse famiglie, infatti, la spesa per questo viaggio non è stata sostenibile ed allora le Parrocchie e le Diocesi si sono organizzate per consentire ai giovani rimasti a casa di vivere comunque insieme la GMG. Ma, nonostante tutto, il tricolore domina tra le bandiere dei paesi d’oltreoceano giunte a Rio.

Sono presenti i giovani dei nostri oratori, delle associazioni e dei movimenti. Si tratta  in maggioranza di studenti che, come i loro coetanei, vivono la rete, usano lo smartphone, sono impegnati nel volontariato, hanno sfiducia nelle politica e, pertanto, rifuggono da qualsiasi impegno nei partiti e nei sindacati. Come i loro coetanei vivono la precarietà ormai costante della loro vita e hanno un futuro molto incerto. Sono andati a Rio certamente per partecipare ad un’intensa esperienza di fede ma anche per incontrare, conoscere, per fare festa e superare, quindi, la logica diffusa del divertimento a tutti i costi.

Ma i ragazzi a Rio rappresentano un  numero certamente minoritario nella grande platea della gioventù. Le immagini che in questi giorni ci arriveranno  non ci devono illudere: moltissimi giovani, la stragrande maggioranza, nemmeno si accorgeranno di questo evento e per loro il prossimo week-end sarà uguale al precedente e al successivo. Le indagini più recenti evidenziano una presenza dei giovani italiani alla Messa domenicale stimata attorno al 15%. Ciò significa che l’85% (dei giovani)  non ha nessun contatto con il mondo ecclesiale: per questi la fede e la Chiesa appartengono ad un passato ormai remoto. Un tema impegnativo e complesso quello del rapporto Chiesa – giovani che però non può prescindere, per la Chiesa stessa, dalla necessità di rinnovare il proprio annuncio e ripensare un nuovo approccio.

Quale immagine di Chiesa passa oggi nell’esperienza delle nuove generazioni e non solo di queste? Essenzialmente, nella nostra esperienza italiana, la Chiesa istituzione è quella che impone regole e disciplina la vita, che limita l’autonomia dei fedeli laici nell’esercizio delle proprie prerogative, che ha risposte preconfezionate per tutto, che coltiva i propri legami non sempre limpidi con la politica per difendere i propri interessi, che si autoprotegge e pensa in funzione di se stessa, che ha una struttura appesantita (per usare un’espressione di papa Francesco) fatta di Parrocchie, Curie, uffici Pastorali, Consulte ma che, per contro, ha smarrito la capacità di trasmettere l’annuncio della buona  notizia e ha smesso di vivere la profezia come stile della propria presenza. Una Chiesa che parla molto di evangelizzazione , ma non si preoccupa di evangelizzare se stessa.

Ovviamente c’è poi un’altra Chiesa fatta  di tanti sacerdoti, religiosi e laici che incarnano il Vangelo con la propria vita. Queste esperienze  non emergono quasi mai nei documenti ufficiali e ce ne accorgiamo solo (vedi il recente caso di Lampedusa) quando un evento particolare le intercetta. Sono queste donne e questi uomini che, nonostante tutto, costruiscono la trama che tiene insieme la comunità dei credenti.

Credo che “i ragazzi di Ipanema” (parafrasando una famosa canzone carioca di Vinicius de Moraes e Antonio Jobim)  siano andati a Rio proprio per fare un’esperienza di Chiesa – popolo di Dio e per riascoltare quella Parola eterna che dà senso all’ esistenza. Questa GMG può essere una grande opportunità per i giovani ma bisognerà capire cosa accadrà quando ritorneranno nelle loro comunità parrocchiali, spesso sfibrate, con sacerdoti mediamente non più giovani, arruolati a tempo pieno a celebrare liturgie  a volte “stanche” e poco coinvolgenti. Sarebbe bello che, conclusa la GMG, i giovani potessero trasfondere il proprio carico di entusiasmo nelle vene delle nostre comunità trovando cuori e menti disposti ad  accoglierlo.

Un proverbio brasiliano dice: “Se vuoi che qualcuno costruisca una nave, per prima cosa fallo innamorare del mare”. L’augurio è che “I ragazzi di Ipanema” incontrino  adulti capaci di motivarli e  di farli  ri-innamorare di quella  Parola di Cristo in grado di dare sapore, valore  e significato alla vita di ciascuno.

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