Ed il sacerdote passò oltre

Domenicale Agostino Pietrasanta

samaChi condivide la mia fede avrà certamente avvertito la carica di compassione che permea il capitolo 10 del Vangelo di Luca, là dove si racconta della parabola del Samaritano: un inno alla carità. E chi non ritiene di condividere la mia fede, quando gli capiti tra le mani la stessa pagina, non potrà non cogliere la provocazione lucidissima ed attenta che il Cristo ha voluto proporre.

Un dottore della legge, persona ragguardevole, aveva posto a Gesù una domanda, forse sperando in una risposta fatta di sottile disquisizione teorica cui controbattere ed opporre: chi è il mio prossimo? Al posto della disquisizione, un attacco narrativo: un uomo, uno qualunque, un tale discendeva da Gerusalemme a Gerico. Non vi nascondo che personalmente vengo immediatamente colpito dalla commozione e dal ricordo; scendevo quella strada quando, non molti anni fa, molte persone carissime erano ancora con me ed altre godevano di ottima salute, ma io non sapevo di tale fortuna o non ne capivo la reale portata. Scendevo quella strada che, alla distanza di poco più di trenta Km, ai tempi della parabola ed a 24 Km oggi, dopo i lavori intervenuti, conduce dai poco meno degli 800 metri sul livello del mare (Gerusalemme) al di sotto di 300 metri circa sul livello del mare (Gerico). Ed il ricordo dei luoghi diventa memoria di affetti e di commozione.

Il racconto continua. Durante il tragitto, l’uomo, nostro anonimo protagonista, viene aggredito, derubato e bastonato a sangue dai briganti, i quali lo lasciano sul ciglio della strada sanguinante e mezzo morto. Passano prima un sacerdote, poi un levita di ritorno da Gerusalemme; non possono esservi dubbi che hanno appena concluso il loro turno di preghiere, la loro “muta” di culto nel tempio ed ora fanno ritorno a casa. Hanno celebrato il rito, ma visto il disgraziato sanguinante passano oltre, passano di lungo, non si avvicinano; tra l’altro, il malcapitato potrebbe essere morto e loro, i consacrati non possono rischiare l’impurità. La legge giustifica il loro atteggiamento, anzi, in certo senso lo impone.

Questa cosa mi amareggia, mi angoscia per un attimo; mi fa pensare che non ci sia spazio per i due, un sacerdote ed un levita, per tendere la mano. Sembra che non sia loro compito; c’è la celebrazione, non c’è tempo per coloro che rimangono sul ciglio della strada bastonati da mille briganti, anche quelli della indifferenza al dolore, della angosciante mancanza di lavoro. Il compito dei consacrati è quello di celebrare, di altro non occorre preoccuparsi. Eppure, mentre mi sento accasciato da questa prospettiva, mentre penso alla possibilità che certi comportamenti si ripetano, anche dopo la lezione di misericordia di Gesù, mi ricordo di papa Francesco, di alcuni vescovi che non hanno esitato a realizzare quanto dice il Concilio, che cioè, la celebrazione costituisce il culmine di un percorso di carità che la Chiesa ha l’obbligo di realizzare; mi richiamo all’esempio di autentiche eccellenze, Carlo Maria Martini, Michele Pellegrino, Anastasio  Ballestrero, Tonino Bello, Fernando Charrier,  Enrico Bartoletti; mi ricordo di sacerdoti come don Gallo, don Zeno, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Picchi, don Benzi. Un ricordo ed un pensiero che corroborano.

La parabola non è finita però: dopo il sacerdote ed il levita, passa un Samaritano e costui si ferma. Uno straniero per il popolo eletto, per i suoi rappresentanti consacrati, uno degli esecrati per eccellenza, un Samaritano soccorre il ferito perché ha compassione di lui. Costui allora sarà il prossimo, il vicino, il fratello di un popolo diverso, uno straniero.

Nessuna forzatura interpretativa, nessun commento, semplicemente mi abbandono alla lettura del testo, mentre il pensiero si fa audace: forse che i santi siano anche tra i laici e non solo tra i preti? Gesù, provocatoriamente (ma quale provocazione!) richiama alla concreta compassione provata da un Samaritano, uno straniero esecrato dal popolo eletto.

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