Bagolaria

Dario Fornaro (*)

bagoTra un convegno e l’altro sui mirabili destini turistici dell’alessandrino, non c’è verso che venga infilato un momento di riflessione sulla “politica del verde pubblico” (intesa anche, eventualmente, come disinteresse consolidato) attuata da una serie pluridecennale e multicolore di Amministrazioni cittadine. In tutta Europa l’implementazione del verde pubblico e la politica dei parchi sono considerati civicamente, culturalmente essenziali nonché intimamente collegati all’accoglienza turistica di città grandi e piccole. Da noi no. A volte suscitano perfino un certo fastidio per le cure che tali “asset” richiedono.
Gli esiti, a volerli vedere, sono sotto gli occhi di tutti: la città, dal dopoguerra, è più che raddoppiata in estensione e il “verde pubblico”, quello vero, degno del nome, è rimasto quello dei tempi di Basile, talora più malconcio (1).
Gli esegeti della mitica “alessandrinità” spiegheranno forse, un giorno, perché non c’è proprio feeling  tra Amministratori – con elettori alle spalle – e  “polmoni verdi” da intercalare oculatamente nel dilagare urbano.  Certo sarà rilevato, specie tra coloro che contano, il disappunto diffuso nel vedere, anche solo in ipotesi progettuale, tante belle aree fabbricabili “sprecate” per offrire dilettevole passeggio a tanti concittadini nullafacenti, per condizione o per necessità.
Gli è che con il disinteresse qualche volta si esagera. Come quando si abbattono  i carpini che “disturbano” i pali dell’illuminazione; o si segano i maestosi bagolari che “disturbano” la riorganizzazione degli stanziamenti ludico-mangerecci  ai Giardini; o si devastano i Giardini stessi  con una pista (ora relitto) di pattinaggio invernale; o si invadono aree verdi con insensati mega-cartelloni pubblicitari. Superfluo continuare, dato che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.
Ma lasciamo perdere, e contentiamoci  che i gatti ricevano oggi dalla città quel sovrappiù  di pubbliche attenzioni che manca agli alberi (nobili specie naturali entrambi, s’intende). E veniamo ai viali che, sia pure spesso connessi e compromessi con la viabilità e il traffico, costituiscono pur sempre “tracciati di verde” di apprezzabile impatto estetico e talora naturalistico. Anche qui si vive di rendita del passato. Con una importante variante:  che le infilate omogenee di alberi e alberoni  che designano un viale, essendo spesso più stressate che le analoghe essenze collocate “in libertà”, hanno problemi di salute, cautele e sopravvivenza bisognosi di speciale attenzione. Poi, al prospettarsi del fine-vita di uno o più esemplari, si aggiunge il problema della sostituzione (si, no, come, quando etc) del caduto sul campo.
Tutto questo per venire al caso ( e anche al “magone”) del viale di bagolari che innerva Via XX Settembre. Da tempo in evidente anche se diseguale sofferenza  (alberi apparentemente rigogliosi accanto ad esemplari in palese degrado) ha più volte subito il classico, inevitabile intervento demolitore: alberi segati alla base, con ceppo conservato in sede per memoria.  Si può parlare di una strage annunciata, ma lenta, per insuperabili invasioni fungine. Così, se non erro, si sono pronunciati anche recentemente i Tecnici e si è deciso l’abbattimento ulteriore di una quindicina di piante ( ormai simulacri di piante) anche per ragioni di sicurezza. Non oso immaginare l’ineffabile sequenza di “pieni” e di “vuoti” che manterrà l’appellativo di viale in attesa di una “soluzione finale”, con alberelli di bassa corte, peraltro già più volte annunciata in zona lavori pubblici.
Sulla sentenza credo che ci sia poco da dire. Sul prima e sul dopo, invece,  sarebbe forse opportuno che, partendo proprio dal caso XX Settembre, i responsabili  politico-amministrativi dell’ambiente (Assessore, Commissione consiliare ) interpellassero i Tecnici (diversi, per le diverse competenze) in ordine alle “buone pratiche” da adottare – così come sugli interventi da escludere – in tema di viali e di Verde Pubblico in genere. Ad esempio: il nostro viale, parecchi anni addietro, fu “violentato” con una asfaltatura che raggiungeva e circondava da vicino il tronco  dei bagolari, impermeabilizzando tutto l’intorno. A chi giova un trattamento del genere? Agli alberi certamente no. E siccome questa dubbia pratica è generalizzata, tra asfalti e cementi, in tutti i viali alessandrini, sarebbe forse ora di chiedersi se non si debba modificare l’andazzo, intervenendo, anche a posteriori, in modo da garantire il passaggio pedonale, con accorgimenti vari, senza penalizzare alberi e vegetazione.
Altro problema. Quando un viale comincia ad apparire “sdentato” per l’abbattimento “necessario” di più alberi, si può adottare qualche strategia di sostituzione/reimpianto o non c’è che da.. lasciar fare alla natura, rimettendoci, a scadenza, tutto il viale? Il dilemma non è semplice e probabilmente controverso quanto a indicazioni, ma lasciarlo semplicemente al caso o all’inerzia non sembra  il massimo. Tra l’altro si potrebbe vedere cosa fanno nei Paesi vicini o comunque più attenti al patrimonio naturalistico. Oppure, o assieme, rivedere il caso dell’AMAG che nel 2011, e nel quadro della simbiosi d’epoca Azienda-Comune, ha ripiantato con successo, nel lungo viale di Via De Gasperi, alcune decine di alberi ormai, taglio dopo taglio, mancanti all’appello. E ha contemporaneamente messo a dimora decine di piante in altri spazi erbosi (V. don Bosco etc). Evento sommerso dalla polemica sulle rose moldave, ma che comunque ha lasciato buona traccia di sé, anche se la mancanza di innaffiature  d’emergenza nelle botte di calura degli ultimi due anni mostra già i suoi  effetti deleteri.  Se dunque poté AMAG (parliamo di botanica, non di politica) potrà ben farcela qualcun altro, mosso a sollecitudine per il verde alessandrino, civico e turistico!
(1)   Non ignoriamo né il Parco Carrà, frutto dell’alluvione, né l’apertura al pubblico dei “Giardini Usuelli”, già di pertinenza Borsalino. Ma questi apporti positivi sono stati più che superati dalla miope, sconsiderata invasione edificatoria della cd. “città mesopotamica” che, tanto per gradire, ha sequestrato, lungo gli anni, ai cittadini, i due fiumi e le relative sponde.
(*) tratto da Città Futura del 10 luglio 2013
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