Papa Francesco a Lampedusa

Agostino Pietrasanta

lamLe valutazioni sul viaggio di papa Francesco a Lampedusa sono state prevalentemente positive; non sono mancate e non mancano riconoscimenti di una scelta epocale che potrebbe scuotere la coscienza indifferente delle culture del consumismo e dell’egoismo radicato nelle società del “benessere”. Poco importa se l’esperienza del benessere di fatto stia rapidamente esaurendosi; la culture che ne sono derivate e che, a loro volta, ne hanno ispirato le dinamiche ed i percorsi, a fronte del timore di una indigenza globale, inducono un atteggiamento di difesa e di opposizione rispetto ai programmi di accoglienza che invece Francesco vorrebbe porre al centro del suo episcopato romano; un episcopato che “presiede nel servizio della carità, tutte le Chiese” e non, come vorrebbe qualche integralista zelante, le chiese d’Italia in prima battuta.

Succede così che ai commenti ed alle valutazioni positive ed entusiaste per il gesto profetico del Papa, il giornale del cavaliere padrone, per la firma di un eminente ed illustre convertito, abbia da notare che la prima indigenza è quella nazionale, non c’è bisogno di cercarla a Lampedusa tra gli immigrati clandestini. Si tratta di un ragionamento trito, quanto frusto che serve a sopire le coscienze già intorpidite dall’indifferenza. Ci sarebbe invece da chiedersi se la scelta dello scandalo evangelico di accoglienza dello straniero (come la mettiamo con Mt, 25, 34/40?) possa considerarsi conflittuale con l’attenzione agli emarginati della fame, della sete, della nudità e del carcere, in Italia; tanto più che lo straniero quasi sempre soffre proprio di tutte queste emarginazioni. Non solo, ma lo zelante convertito, per non dimenticare nulla, osserva anche che Francesco, poteva dedicare meglio il tempo che ha riservato a Pasqua, ai carcerati.

Lasciamo perdere ogni insistenza e ripetizione su questa autentica mistificazione di un gesto che punta a sconvolgere le “ragioni” dei un perbenismo dimentico di una tragedia a cui abbiamo fatto persino il callo e veniamo ad un’altra questione. Si dice che Francesco stia rischiando di legittimare un crimine; l’immigrazione clandestina. Il problema potrebbe riempire spazi ben superiori a quelli che ci possiamo permettere, ma alcune brevi osservazioni sono indispensabili.

Prescindiamo dalla speciosa considerazione per cui chi sopravvive ed arriva a destinazione è un criminale e chi muore durante le traversate è una vittima innocente, come se tra una categoria e l’altra ci fosse distinzione di volontà del cosiddetto delinquere di clandestinità; il vero argomentare riguarda la distinzione tra legalità e legittimità. La norma formale potrebbe individuare comportamenti del tutto inaccettabili, ma ci si dovrebbe chiedere se chi arriva in Italia fuggendo da regimi tirannici più che dittatoriali, non abbia diritto al riconoscimento di alcune ben precise indicazioni normative. Spesso mi sono chiesto, e ci si dovrebbe chiedere, per quali motivi dei poveri “disgraziati” sborsino qualche migliaio di euro per raggiungere le coste europee, quando a casa loro potrebbero sopravvivere con poche centinaia di euro. Se lo fanno ci sarà un motivo e suscita dissenso il fatto delle scarse procedure per rilevare il “diritto d’asilo” delle persone che per arrivare da noi si sottopongono ad autentiche traversie ed a  sacrifici economici al limite della sopportabilità.

Sono dei criminali? Ho i miei dubbi; ma se lo fossero, non hanno forse diritto alla solidarietà umana nei riguardi della loro disperazione. Verrebbe da dire: chi è senza peccato, scagli lui,  per primo, una pietra.

Un’ultima questione che va al di là di una valutazione che abbiamo più volte proposto e che cioè risulta inevitabile che i popoli della fame premano contro i popoli di un’opulenza che se è in crisi, costituisce tuttavia un’immagine deviante del nostro tempo. Contro questo fenomeno, i respingimenti, fatte salve le questioni etiche ed umanitarie, risultano paragonabili al tentativo di curare l’infarto al miocardio con le compresse di aspirina. La questione però è squisitamente religiosa ed evangelica. Se è vero che tra le discriminanti del giudizio c’è l’accoglienza dello straniero (ancora Mt, cap. 25) allora domando alle eminenze ed alle molte eccellenze nazionali, se tale accoglienza è principio o valore negoziabile. Il fatto è che nessun valore, come tale, è negoziabile, ma la politica usa obbligatoriamente le procedure del possibile, può solo realizzare il bene massimo a sua disponibilità che non è quella della perfezione. Qualunque cristiano lo dovrebbe sapere, figurarsi un vescovo della Chiesa di Dio.

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