Il governo Letta e i disoccupati

Marco Ciani

disoNon scrivo spesso sul tema del lavoro perché temo sempre che il fatto di essere un rappresentante sindacale venga letto come un pregiudizio riguardo ad una lucida e razionale analisi dello scenario e dei possibili rimedi su tale tema.

Faccio un’altra eccezione dopo la presentazione dell’ultimo “pacchetto” del Governo contenuto nel Decreto Giovannini, dal nome del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Per prima cosa è bene fare un rapido riassunto delle misure previste. Innanzitutto i potenziali interessati: sono i giovani dai 18 ai 29 anni che non lavorano da almeno 6 mesi o sono senza diploma superiore/professionale o vivono con persone a carico. Si stima che le persone che si trovano in una di queste condizioni siano 4 milioni 385 mila.

Questi ultimi si dividono in due gruppi: i disoccupati e gli inattivi. I disoccupati sono 877 mila. A questi vanno aggiunti 3.508.000 inattivi. Che differenza c’è? Disoccupato è chi cerca un posto di lavoro ma non lo trova; inattivo è invece chi vorrebbe un posto di lavoro ma non lo cerca, perché convinto di non trovarlo. Questi ultimi vengono identificati anche con l’acronimo inglese NEET (Not in Education, Employment or Training) ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non partecipano ad attività di formazione.

Per costoro, il piano del Governo Letta prevede uno stanziamento per 4 anni (2013-16) di 794 milioni di euro, dei quali 294 destinati al Centro-Nord e 500 per il Sud e le Isole.

In cosa consiste l’incentivo? In uno sgravio per le imprese che assumono persone con le caratteristiche sopra richieste che può arrivare fino a 1/3 della retribuzione lorda per assunzioni a tempo indeterminato, ma con un tetto di 650 euro e per un massimo di 18 mesi.

Il Ministro Giovannini ha dichiarato di aspettarsi che, con questo provvedimento, si possano attivare 200mila nuovi posti stabili e tirocini, con conseguente riduzione della disoccupazione tra i 18 e i 29 anni di due punti percentuali e di un calo di due punti dei NEET.

Essendo stato Enrico Giovannini presidente dell’ISTAT dal 2009 al 2013 è incomparabilmente più in grado di me di fare previsioni statistiche sull’impatto delle misure adottate. Ciò nonostante, continuo a rimanere perplesso. E provo a spiegare il perché.

La politica di incentivare il lavoro con benefici fiscali o contributivi serve a poco per due ordini di motivi.

Il primo è dovuto al fatto che il lavoro si crea se c’è una domanda tale da giustificare un aumento di produzione e quindi la conseguente assunzione di manodopera. Non mi sembra che ci si trovi in questa situazione.

Il secondo è che non è molto utile un incentivo destinato a durare al massimo 18 mesi per assumere un dipendente, quando è noto che un lavoratore assunto a tempo indeterminato può rimanere in carico all’azienda per 40 e più anni. Mi pare, mutatis mutandis, la stessa cosa fatta qualche anno fa dal Governo Berlusconi, quando regalava mille euro a chi aveva un figlio. Ma che incentivo è? Quale famiglia metterebbe al mondo un bimbo per mille miseri euro quando la prospettiva è quella di tenerlo a carico per almeno 30 anni e più con costi incomparabilmente più elevati?

Ritorniamo sempre al solito punto. Come si fa a creare lavoro? Non con gli incentivi, i quali, al massimo, possono servire ad accelerare la trasformazione di posti precari a tempo interminato (non dico che sia un male, ovviamente, ma è un risultato assai più modesto dell’obiettivo).

Per creare lavoro è necessario aumentare la produttività, ovvero la competitività delle imprese italiane. Perché la maggiore competitività significa più vendite di beni e servizi e quindi più produzione e, in definitiva, più lavoro. E anche più salario.

Alcuni obiettano che questa strada rischia di portare dritti ad una guerra tra poveri dove a farla da padroni potrebbero essere i paesi con il costo del lavoro più basso, come ad esempio la Cina.

Niente di più sbagliato. Se si guarda l’indice di competività globale 2012-2013, per esempio, al vertice della classifica si troveranno, dal 1° al 10° posto, i seguenti paesi: Svizzera, Singapore, Finlandia, Svezia, Olanda, Germania, USA, Regno Unito, Hong Kong, Giappone. La Cina è solo 29-esima.

I paesi ai primi posti sono tutti paesi dove la manodopera costa parecchio ed il livello di protezione sociale non è tra i più bassi. Tutt’altro! Ma hanno anche una produttività nettamente più elevata perché lo stato funziona meglio, il senso civico è più elevato, l’iniziativa economica è più libera che da noi e l’istruzione nettamente migliore. Da notare che in testa vi sono anche stati dove la pressione fiscale è elevata. Basti pensare alla Svezia. Ma lì (e lo so per esserci stato e avere provato con mano) ciò che lo stato restituisce in termini di servizi alle persone e alle imprese giustifica ampiamente le tasse.

In Italia invece, lo stato tassa tanto, restituisce poco e dove è tanto (come nel caso della sanità che rimane tra le migliori al mondo), lo fa a costi elevatissimi. L’attività e la libertà economica sono inibite da una serie di lacci e lacciuoli non più sostenibili. Il resto lo fanno l’evasione, la corruzione e lo spreco. Una situazione che si poteva forse tollerare in altri tempi, quando il debito pubblico era relativamente basso ed esistevano le svalutazioni competitive. Ora non più.

Ogni giorno sentiamo notizie di aziende piccole e grandi che chiudono, o spostano la produzione fuori dai confini nazionali. Non sarà certo con gli incentivi che risolveremo il problema. Liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazione, alienazione dei beni dello stato, modifica delle relazioni industriali invece possono fare molto. Unite ad un drastico taglio di tutta quella spesa pubblica che non è spesa sociale, l’unico modo per arrivare ad una vera riduzione delle tasse che non sia una semplice partita di giro tra imposte di diversa natura (come il paventato rinvio dell’aumento IVA a fronte dell’aumento di anticipo IRPEF).

Ma quale governo sarà in grado di compiere scelte così coraggiose? E’ molto più facile distribuire qualche mancia sottoforma di incentivi! Ma questa non è la soluzione.

P.S.: continuo a sentire discussioni astruse riguardo al fatto che l’anticipo della pensione dei lavoratori in servizio costituirebbe una soluzione al problema della disoccupazione. Capisco anche che, a prima vista, la prospettiva possa sembrare degna di qualche credito. Ma a una più attenta riflessione l’ipotesi si manifesta in tutta la sua illogicità.

Infatti, se così fosse, i paesi in cui si va in pensione prima dovrebbero essere anche quelli in cui la disoccupazione giovanile è più bassa. Invece così non risulta. Perché, in buona parte dei casi, chi continua a produrre reddito, anche dopo i 60 anni, con il reddito prodotto potrà acquistare beni e/o servizi, contribuendo ad aumentare l’occupazione anche a beneficio dei più giovani. Chi invece è pensionato, consuma reddito senza produrlo. E quindi beneficia di una redistribuzione, magari meritata, tra anziani e giovani che però non fa crescere l’economia. E neanche i posti di lavoro. Pubblico, a riprova della tesi, il grafico sotto (tratto da Lavoce.info) che mette in relazione il tasso d’attività tra i lavoratori più maturi (55-64 anni) e la disoccupazione giovanile (15-24 anni). Lascio al lettore trarre le conclusioni.

Cattura3

Per un maggiore dettaglio rinvio all’articolo “Per una vera staffetta tra generazioni” di Tito Boeri e Vincenzo Galasso su La Voce (link http://www.lavoce.info/per-una-vera-staffetta-generazionale/)

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