I nemici della democrazia

Carlo Baviera

Non mi pare fuorviante, in un momento in cui in Italia ci troviamo di fronte la “parentesi” tecnica di Monti e il degenerare estremo della corruzione di un ceto politico cooptato e festaiolo (e ormai incamminati nel confronto serrato delle primarie, o nell’ipotizzare nuovi soggetti per far rianimare una destra con le gomme a terra), confrontarsi con le tesi che lo storico delle idee e intellettuale franco-bulgaro Tzvetan Todorov propone in un saggio dal titolo “I nemici intimi della democrazia” – Garzanti –, in cui afferma che i nemici (attuali) della democrazia non sono il terrorismo e il fondamentalismo, ma sono all’interno: «La democrazia è ammalata dei suoi stessi eccessi: la libertà è diventata tirannia, il popolo si è trasformato in una massa manipolabile, il desiderio di promuovere il progresso si è mutato in spirito di crociata. Oggi le minacce incombenti sulla democrazia provengono non dall’esterno, da parte di coloro che si dichiarano suoi nemici, ma dall’interno, da ideologie, movimenti o macchinazioni che affermano di difenderne i valori».

“I nemici della democrazia” sottolinea che il Novecento è stato segnato dalla lotta della democrazia contro i regimi totalitari: alla fine della seconda guerra mondiale, è stato sconfitto il nazifascismo; con la caduta del muro di Berlino si è sgretolato il comunismo. Mentre oggi, passa in molti l’idea che la sfida alla democrazia derivi dai fondamentalismi religiosi e dal terrorismo, e dalle nuove dittature che li proteggono e ne sono alla base.  Per Todorov questa visione è sbagliata, fuorviante e pericolosa. Oggi la democrazia non ha più nemici esterni in grado di metterla in pericolo. I rischi maggiori arrivano dal suo interno: un individualismo spinto all’eccesso, un neoliberismo avido e senza più regole, la deriva populista. È per questo che oggi la democrazia, per sopravvivere, ha bisogno di rinnovarsi: con un nuovo equilibrio tra i valori su cui è fondata.

Perciò il dibattito acceso di questo periodo su ruberie, leggerezze, corruzioni, stili di vita da basso impero, indennità eccessive a livello di Consigli Regionali o di incarichi pubblici (non affrontiamo il tema dei cosiddetti boiardi di Stato o dei Consiglieri di Banche ed Enti pubblici) è qualcosa di naturale ed auspicabile. Ci sono e ci saranno, nei commenti e nelle reazioni, posizioni giacobine e giustizialiste, richieste radicali di sostituzione totale della classe dirigente, comprensibili pur se da moderare perché non equilibrate; però non solo la rabbia (chi è senza peccato scagli per primo la pietra) ma anche esigenze di giustizia e di bene comune impongono comunque una pulizia radicale e un ritorno a quella moralità pubblica e privata che ha caratterizzato il primi anni della Repubblica e che ci ha dato l’esempio di non pochi costituenti e uomini di Stato della tanto vituperata prima repubblica. E impone di pensare al rinnovamento/rafforzamento della democrazia non soltanto con le pur necessarie leggi elettorali o aggiornamenti di alcune parti della Costituzione, ma anche con la cultura, la presenza educativa, la vigilanza civica, la partecipazione politica. Anche per cambiare registro di fronte ad una mal’intesa idea di libertà. Non a caso  Todorov, ricordando che per la sua generazione la libertà è stato il valore supremo, non può non notare che oggi la libertà viene invocata come paravento anche per forme di potere o per discriminare (ad esempio contro gli immigrati da parte degli xenofobi, oppure da parte dell’economia per spianare la strada allo strapotere dei mercati). E ricorda inoltre come già nell’ottocento Lacordaire affermasse che fra il forte e il debole, è la libertà che opprime e la legge che affranca: “La libertà, quindi, dovrebbe essere superata dalla giustizia”. Sembra un’affermazione forte, ma che sottolinea ancora una volta come la libertà si debba sempre intrecciare alla giustizia per servire l’uomo e la società; e come sia un diritto essenziale che non va malinteso.

Anche il libro della Sapienza (2,9-12) aiuta a scuoterci dalla china pericolosa su cui sta precipitando la democrazia, se lasciata sganciata da ogni riferimento etico e valoriale (cultura civica, valori pubblici). Il testo ci presenta il pensiero dei superbi e degli egoisti: “Nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile. Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta”. Perciò Giacomo apostolo nella sua lettera (4,1) ci richiama con decisione e ci mette in guardia: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?”

Come afferma il Coordinatore per la Puglia di Agire Politicamente Antonio Conte: “Il nodo politico della crisi non è soltanto di carattere economico, ma della democrazia rappresentativa e soprattutto culturale; di un pensiero del mondo e della vita incentrato sulla libertà da ogni vincolo e sull’affermazione individuale. E’ la negazione di valori trascendentali a creare la babele del frammento: impedisce riferimenti etico-culturali e teologici-filosofici validi per tutti, i quali temperano gli istinti individualistici. In Italia, il nodo politico dell’alternanza e della democrazia incompiuta, non si può sciogliere riducendo schematicamente il campo tra destra e sinistra, come pure in Europa”.

Ritorna il tema del pluralismo delle culture politiche –che non possono ricondursi a soli due filoni-, e ritorna la necessità del “confronto”, del dialogo, del cercare insieme vie nuove; e ciò è compito dello spazio cosiddetto prepolitico, della società civile. Questa in Italia è molto ricca e articolata, ma soprattutto sul fronte del volontariato e della costruzione di un welfare comunitario, lo è meno (o è percepita meno) nell’arricchire la cultura, nel dare ai cittadini elementi di ragionamento e di civile discussione che contrasti chi gioca allo scontro e all’odio reciproco.

Ecco perché è molto probabile che la riflessione fuori dagli schemi precostituiti di Todorov sia azzeccata e ci richieda vigilanza, presenza, determinazione nel difendere sia la forma che lo spirito e i contenuti della democrazia; difendendola soprattutto dalle nostre debolezze.

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