L’emergenza educativa è solo un fatto ecclesiale?

Carlo Baviera

E’ noto a molti che le Chiese che sono in Italia hanno compiuto, attraverso i loro Vescovi, la scelta di dedicare attenzione alla sfida educativa quale impegno per il decennio 2011/2020.

E’ una scelta che tiene conto che, non solo per quanto riguarda la trasmissione della fede, si è interrotta (o lo è quasi del tutto) la catena che tradizionalmente legava una generazione all’altra nel passaggio di valori, di ideali, di obiettivi.

Affermano i Vescovi: ”Considerando le trasformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati senza paura, accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative”.

“L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni, anzitutto all’interno della famiglia, quindi nelle relazioni sociali. Molte delle difficoltà sperimentate oggi nell’ambito educativo sono riconducibili al fatto che le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed estranei. Il dialogo richiede invece una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo. All’impoverimento e alla frammentazione delle relazioni, si aggiunge il modo con cui avviene la trasmissione da una generazione all’altra. I giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione. A soffrirne di più è la famiglia, primo luogo dell’educazione, lasciata sola a fronteggiare compiti enormi nella formazione della persona, senza un contesto favorevole e adeguati sostegni culturali, sociali ed economici. Lo sforzo grava soprattutto sulle donne, alle quali la cura della vita è affidata in modo del tutto speciale. La famiglia, tuttavia, resta la comunità in cui si colloca la radice più intima e più potente della generazione alla vita, alla fede e all’amore”.

Di qui l’impegno per riprendere un discorso che ricostruisca un minimo di continuità anche per, e con, le grandi idee e le tante conquiste del passato: il sentirsi nazione, la solidarietà verso chi è svantaggiato, il sostegno a chi ha talenti e voglia di fare, la repubblica democratica fondata sui pilastri della Costituzione (persona, autonomie, solidarietà, articolazione e autonomia dei poteri, pace, libertà e diritti sociali, politici e civili, laicità e imparzialità delle istituzioni, il lavoro) e non ultimo la libertà religiosa e il rispetto per i valori etici e morali.

Mi pare che, se da un lato la crisi economica epocale e la necessità di interventi che rimettano a posto il sistema Paese richiedono un ritorno di serietà, di autocontrollo, di rispetto delle regole, di attenzione ai più deboli e indifesi, per altri aspetti (sempre la situazione di difficoltà diffusa e l’aumento di disoccupazione e di povertà) ci rendano tutti più individualisti, più cinici, più attenti alle cose minute e meno ai grandi progetti. In altre parole, proprio quando occorre puntare su un rilancio educativo e formativo integrale le attenzioni sono indirizzate ad altro; e questo altro non sempre è importante e prioritario.

Se gli aspetti economici e di reddito sono fondamentali, non da meno lo sono la crescita culturale, civile, morale e spirituale delle giovani generazioni.

Troppo spesso manca un progetto unitario di formazione alla legalità, alla responsabilità, al rispetto reciproco. Il senso civico (molto sovente per responsabilità e disinteresse della generazione adulta) viene meno: altro che “non calpestare le aiuole” o “il cedere il posto sui mezzi pubblici agli anziani e alle signore”! Oggi l’inciviltà sembra dominare ovunque: dal mancato rispetto per il verde pubblico, all’abbandono di immondizia e rifiuti di ogni genere in fossi o aree abbandonate, dagli stadi, alla guida spericolata, dallo sballo come sistema di vita, alla sempre più  evidente disobbedienza alle regole di convivenza, fino allo sbeffeggiare e lanciare insulti a chi sta sfilando per una processione (è successo a settembre 2011; fatto isolato, ma sintomo da non sminuire).

Abbiamo fatto strame di orari da rispettare, di regole, di rispetto per chi non rientra nei nostri canoni. E’ aumentata a dismisura la violenza (verbale e fisica): quando anche gli allenatori, pur con le ragioni da riconoscere, si lasciano andare e passano all’uso delle mani, il segnale di pericolo va acceso.

Abbiamo sentito delle nuove dipendenze dal gioco, dalle scommesse; sappiamo i danni provocati dall’abuso di alcool e di droghe, dello sfruttamento della prostituzione, degli abusi su minori, ecc.

Tutti esempi che richiedono un serio investimento in cultura, in istruzione, in educazione, in legalità e che esigono anche applicazione delle pene previste, il non lasciar perdere di fronte a mancanze, il ritorno di autorevolezza negli adulti e di un corretto uso di autorità in quanti sono investiti di un ruolo.  Sono ancora i Vescovi a ricordarci che “la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione”.

Tra le tante riforme che occorrono c’è anche un’attenzione nuova per la famiglia, offrendole gli strumenti necessari a svolgere anche il ruolo educativo che le è proprio, e affiancandola nell’aiuto che serve per la necessaria cura a ripristinare relazioni positive: relazioni aperte all’ascolto, a stabilità nei legami, alla gratuità e al dono di sé. Sono valori utili sul piano civile; se vogliamo tornare ad occupare un posto rilevante in Europa, ad essere esempio per altre nazioni, a sopportare i sacrifici necessari per risanare, a indicare una strada di ripresa e di sviluppo, non possiamo dimenticare l’importanza della cultura e abbandonare tanti connazionali al canto suadente delle sirene dell’irresponsabilità, del qualunquismo, del disinteresse, del successo facile, del nuovismo che non poggia sulle idee della solidarietà, della sussidiarietà, dell’equità. E infine serve un’alleanza tra tutte le agenzie educative: scuola, famiglie (con le Associazioni relative), Enti Locali, mondo della cultura e dell’informazione, mondo dello sport, oratori, per indicare un percorso di valori e invitare ad obiettivi che ricreino una continuità positiva nel trasferire alle prossime generazioni quei principi e quegli ideali che hanno dato basi di civiltà all’Italia.

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