Circuito virtuoso per la politica

Carlo Baviera

Il confronto politico e i ragionamenti attorno al futuro della politica italiana si è sviluppato anche in queste settimane di vacanze. Risulta difficile rincorrere tutte le prese di posizione ed essere aggiornati sugli sviluppi di eventuali alleanze. Io mi permetto di procedere con la mia andatura, rischiando anche di scrivere cose ormai superate dagli eventi. Resto convinto che le partite si vincono imponendo il proprio gioco e non (salvo eccezioni) adeguandosi all’avversario. Formulo perciò qualche ragionamento a prescindere da quanto nel frattempo si possa modificare nelle posizioni di partiti e leaders nazionali.

La rivista genovese “Il Gallo” nell’editoriale di giugno 2012 si chiede: “Inarrestabile il crepuscolo della democrazia italiana declinante verso una notte con un’alba fuori dalla nostra immaginazione? Diciamo dei partiti politici oggetto da tempo della disaffezione da parte della quasi totalità degli elettori….”. La risposta, aggiunge la rivista, non sta nell’assumere lo slogan qualunquista sono tutti ladri e la tentazione dell’antipolitica, ma nell’impegno a partire dall’articolo 49 della Costituzione (una riforma dei partiti) e nel campo dell’educazione, dell’informazione, della legalità personale, per concludere: “Noi consideriamo questo impegno per una società fondata sulla legalità, più partecipata e meno sperequata, irrinunciabile del nostro credere, anche immaginando fra noi soluzioni diverse per i grandi problemi, e con la speranza di sentirci incoraggiati e affiancati dai dirigenti della chiesa, che, viceversa, spesso ritroviamo complici della situazione degradata, alla ricerca di privilegi e con pretese di sottomissione per chi, da credente, opera in ambito politico”.

C’è quindi la necessità di rifiutare, come Chiesa, i compromessi in cambio di favori per le proprie opere o per le proprie idee; e c’è la necessità di un rinnovato significativo impegno da parte dei credenti nel prendere parte attiva alla vita politica. Ma serve anche altro; (cito da un commento letto su un sito torinese a seguito di una serata con il Professor Daniele Ciravegna, ordinario di economia, e già Preside di Facoltà) «C’è anche la necessità di una vera rivoluzione culturale “per cambiare – come scrive Serge Latouche – l’immaginario dello stile di vita dei contemporanei”, una rivoluzione che porti a una rifondazione politica. Solo la politica può farsi carico di questo compito. Ma che tipo di politica? Non certo quella che si pone come unico scopo vincere le elezioni inseguendo i desiderata delle maggioranze, oggi largamente condizionati dai pubblicitari promotori della cultura del consumo. Ci vogliono partiti che sappiano guardare lontano, che abbiano una visione del mondo e dei valori da proporre e che, conseguentemente, agiscano per mutare l’immaginario delle persone. Un tempo, si sarebbe detto, gramscianamente, “per conquistare l’egemonia culturale”».

Per un cattolico democratico come il giornalista Angelo Bertani “la questione cruciale è dar vita ad un nuova e buona politica. Il problema non è tanto quello di ottenere a tutti i costi che dalle urne esca una maggioranza precostituita, ma di costruire un sistema di partecipazione e di rappresentanza in cui prevalgano gli ideali comuni e il desiderio di interessarsi alla vita politica per migliorare la società, a cominciare dai concittadini. Dar vita dunque ad un circuito virtuoso esattamente opposto a quello attualmente vigente: nel quale non (sempre) sono i migliori a partecipare, non i migliori ad emergere. L’obbiettivo è di prevalere e di arricchirsi anziché di migliorare la vita della città e dei concittadini; gli strumenti non sono quelli del dialogo e della competizione educativa, ma quelli della persuasione con ogni mezzo. E il fatto di partecipare alla vita politica non migliora la qualità (morale, operativa, progettuale…) di chi vi si dedica, ma col passare del tempo e il crescere dell’esperienza, la peggiora. Diciamo così: una mediocre politica attira operatori mediocri e non li migliora, anzi… li spinge ad adeguarsi al peggio”.

La difficoltà sta allora nel far partire il circuito virtuoso; da dove partire. Da parte mia penso che si debba iniziare dall’educazione e dalla cultura, recuperando valori “antichi” ma sempre nuovi: la responsabilità, la legalità, la solidarietà, il rispetto, la libertà, l’equità, la giustizia. E subito dopo serve schierarsi dalla parte dei più deboli, di chi è svantaggiato, contro chi lucra su vantaggi di posizione, sulla forza, su privilegi (non si tratta delle tutele dei lavoratori, dei cosiddetti diritti acquisiti di alcune categorie, ecc. ma degli stipendi milionari di alcuni superburocrati, boiardi, grand commis, personaggi insospettati o loschi imbucati in affari milionari, affaristi e speculatori). E infine darsi lo strumento previsto dalla Costituzione per agire: il partito politico. Troppo spesso denigrato, ritenuto causa di ogni male, certamente imperfetto, mezzo che può essere strumentalizzato o occupato da gruppi di potere, ma mezzo privilegiato per far crescere la coscienza civile, per controllare il potere, per dare voce a chi individualmente non ce l’ha, per organizzare le persone e le loro speranze aiutando a superare gli egoismi; oggi va aggiornato usando anche strumenti moderni, ma resta uno strumento fondamentale.

Questo partito potrà esserci solo con una legge elettorale che non obblighi a pensare solo al risultato elettorale. Le elezioni sono un elemento importante di democrazia, ma dovrebbero essere il momento per il civile confronto tra proposte e idee diverse, e non il semplice ammucchiarsi per ottenere la vittoria sull’altro.

So che la riforma elettorale deve anche portare ad ottenere governabilità, ad evitare dispersione partitica, a favorire l’unione delle forze, a rendere l’eletto vicino e controllabile dall’elettore; ma non si possono annullare le diversità, né la possibilità di scegliere con la preferenza il proprio rappresentato; né pensare che le culture politiche possano annullarsi all’interno di una coalizione, per giungere al bipartitismo.

Piuttosto bisogna studiare un meccanismo per far sì che le culture politiche “affini” possano avvicinarsi e unificarsi per dare più forza e futuro ad idee, ideali, e valori comuni; anche a fondersi per dar vita a sintesi nuove, ma senza mai suicidarsi.

E queste forze devono soprattutto essere “utili” al Paese: cioè capaci di lavorare per il bene comune degli italiani.

Non lo è sicuramente la nuova probabile discesa in campo del Padrone del centro destra: si ripropongono in questo modo tutte le storture che hanno impedito al’Italia, e al secondo tempo dell’esperienza repubblicana, di sviluppare le potenzialità che prometteva. Non sono diminuite le imposte, è aumentato il debito, non sono state fatte (da lui) le riforme, non si è abbattuta la disoccupazione; l’unico risultato utile è stato far maturare in senso democratico una parte di quel che era la destra missina. Ma l’autoritarismo ora è rappresentato dallo spirito del Sultano di Arcore. Altro che circolo virtuoso della politica. Stiamo ancora aspettando personalità di centro destra che diano all’Italia una forza conservatrice o moderata che sia anche pienamente democratica. Se non si ha la forza di tagliare con questo estremista e isolarlo al suo destino, non si potrà avere un rapporto normale tra forze politiche. Avremo sempre questo inciampo, questo conflitto di interessi, nel normale confronto della vita democratica.

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