A proposito della legge elettorale
Vittorio Rapetti
Prendo a prestito – con una piccola modifica – il titolo di un recente articolo di G.Belardelli (Il crepaccio invisibile, Corsera del 28.8.2012), perché mi pare efficace a rappresentare l’importanza della riforma alla legge elettorale, che i partiti stanno cercando di riscrivere in vista delle prossime consultazioni. L’autore richiama opportunamente il fatto che la distanza tra cittadini e istituzioni politiche è così profonda che rischia di “spianare la strada a un secondo caso di suicidio della democrazia nel nostro Paese, o a qualcosa di molto simile”(dopo quello dei primi anni Venti). Una distanza che i partiti tendono a non vedere, ma così profonda da inghiottire. Condivido. Anzi, penso che il crepaccio sia in realtà ben visibile.
Scrivo da una cittadina, Acqui Terme, che lo scorso maggio alle elezioni amministrative, in un ballottaggio incertissimo (lo scarto finale tra i due candidati è stato di meno di 2 punti), ha registrato oltre il 43% di astensione. Se a questo aggiungiamo una quota (mi auguro molto piccola, ma …) di persone che avevano un diretto incentivo personale ad andare a votare (per difesa di propri interessi particolari o per promesse e regalie ricevute), si supera facilmente il 45%. Un dato molto preoccupante, che potrebbe non essere solo un fenomeno locale.
Le difficoltà di intesa tra i partiti riguardano non solo il gioco “cortissimo” delle tattiche elettorali, o quello un po’ meno corto degli esiti possibili se si applica l’uno o l’altro sistema, ma anche – almeno ci auguriamo – preoccupazioni un poco più “alte”, riguardanti il futuro della nostra democrazia, non estranee a diverse visioni dello stato e del bene comune. Tali difficoltà ovviamente pesano diversamente sul risultato finale: c’è il rischio di una alchimia che – ad un accordo di breve respiro tra i partiti – sacrifichi almeno parte delle speranze di riaggiustare il meccanismo della nostra partecipazione democratica e quindi indebolire le nostre istituzioni. Ma potrebbe anche finire bene, se lo sguardo al crepaccio destasse un po’ di lungimiranza.
Che cosa si attendono i cittadini ? E c’è qualche espressione del mondo cattolico che segnala qualche attesa in merito ? Oppure resta solo lo spazio per la rabbia, la constatazione amara del “così fan tutti”, la disillusione che azzera ogni differenza, assimilando tutti quelli che fanno politica ad una casta di privilegiati interessati solo al proprio tornaconto, la qualunquistica superficialità di chi giustifica il proprio menefreghismo civile (e magari l’evasone fiscale) con le mancanze altrui, la sfiducia nella irreversibilità del declino di sistema ?
Certo c’è il “crepaccio”, talora addebitato un po’ maldestramente all’“antipolitica”. Certo vi è la forte (e per alcuni comoda) propensione a rimuovere il passato recente e a dimenticare in fretta le responsabilità – specifiche, non generiche né uniformi – delle diverse forze politiche. Penso che occorra però cogliere non solo l’insofferenza, ma anche le attese dei cittadini. Che ci sono, oneste e diffuse.
Direi che queste – almeno nell’ambito di cui parliamo – sono essenzialmente tre: restituire ai cittadini il diritto/dovere di scegliere i propri rappresentanti; conoscere quali sono le coalizioni ed i programmi delle forze che si candidano a governare; riprendere fiducia nella funzione della politica attraverso la serietà e l’onestà di chi vi si dedica, sia sul piano amministrativo, sia attraverso la militanza nei partiti politici.
In una recente nota della presidenza nazionale, l’Azione Cattolica italiana è intervenuta nel dibattito per offrire un contributo sul tema, come da anni fa quando sono in gioco i valori chiave della democrazia e delle istituzioni. Il testo, intitolato significativamente “i cittadini arbitri della democrazia”, sollecita un “patto di rinnovata responsabilità” in merito alla riforma della legge elettorale; riforma considerata indispensabile viste “le nefaste conseguenze prodotte dalla vigente legge e dall’attuale sistema di funzionamento dei partiti” che hanno penalizzato la partecipazione dei cittadini nella vita dei partiti, nel confronto sui problemi del Paese, nella selezione delle candidature. Il fallimento delle iniziative referendarie ha rimesso al Parlamento il compito urgente di rivedere la legge, come ha anche più volte sollecitato il presidente Napolitano. L’ACI suggerisce “un supplemento di responsabilità a tutte le forze politiche, affinchè trovino le più ampie convergenze per consentire ai cittadini di ritornare alle urne con una nuova legge elettorale. Sarebbe un errore imperdonabile per la classe politica, una grave offesa ai cittadini e l’ennesima mortificazione per la nostra democrazia”, a maggior ragione in una stagione in cui le recenti riforme economiche e sociali hanno “imposto ingenti sacrifici ai cittadini in nome dei cambiamenti in atto”. L’ACI si rende conto che non si tratta di un passaggio semplice e indolore: “il partito trasversale delle rendite di posizione – continua la nota – abbia il coraggio di muovere una severa autocritica contro i propri meccanismi di selezione e sappia fare un passo indietro dinanzi all’incessante richiesta dei cittadini”.
Questa voce del mondo cattolico si affianca ad altre, provenienti da diverse espressioni culturali del nostro paese. A dire che la richiesta di “buona politica” non è sepolta e che si tratta di aprire degli spiragli positivi per valorizzare l’impegno dei cittadini e lo sviluppo dei processi democratici, che coinvolgano anche i giovani.
Per questo è importante che la nuova legge elettorale non si limiti a far sopravvivere l’attuale ceto politico, ma dia risposte alle attese sopra accennate. Per contro, i cittadini debbono rendersi conto che una rottura traumatica del nostro sistema (ed il successo delle forze che paiono evocarla, ad esempio invocando l’uscita dall’euro o la rottamazione di una intera classe politica) non ci garantisce affatto, specie in un contesto in cui la sovranità nazionale deve misurarsi con dei livelli più ampi – europei e mondiali- di decisione e concertazione.
Da questo punto di vista la critica, anche la più severa (e salutare per il futuro della democrazia), non può essere disgiunta dalla assunzione di responsabilità, dalla consapevolezza dei tempi e strumenti necessari, dalla obiettiva considerazione di quanto i nodi siano complessi e di quanto siano necessari i partii politici per un sano sviluppo della democrazia. L’attesa di un “salvatore” dall’esterno assomiglia un poco a quella del “principe azzurro” sognato dalle adolescenti (e anche da tante signore mature). Una attesa che non è un semplice mito, bensì una scelta: non fare i conti con la realtà, affidarsi ad altri e non alla propria capacità individuale e collettiva. Fuor di metafora: rinunciare ai nostri diritti/doveri di cittadinanza per ridiventare “sudditi”. Dall’infatuazione per il “principe azzurro” ci siamo appena passati (forse!) ed abbiamo visto con quali perniciosi risultati per la mentalità diffusa, oltre che per la nostra credibilità internazionale !
Oltre che misurarsi con le difficili architetture costituzionali, magari alla ricerca di qualche vantaggiosa scorciatoia, si tratta per tutti – cittadini e politici – di ripartire dai “fondamentali”. Don Milani diceva “il problema degli altri è uguale al mio: sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. E, come sappiamo, con l’avarizia a uscirne sono in pochi: i furbi e i soliti noti.