Pace autentica. Operiamo pure con le “mail” ma cerchiamo di andare oltre

Pier Luigi Cavalchini

E’ capitato a tutti di sentirsi dire…”Eh….per questi che sono contro gli Americani, contro l’Occidente, non sfilate!!?…Quando c’era la guerra in Irak e bisognava opporsi con tutte le forze prima al regime Baath e poi alla guerra del 1991 dove eravate? Non sapevate nemmeno cos’era il “regime baathista” che tante vittime ha fatto in Irak e in Siria in tempi non sospetti, cioè ben prima della guerra del Golfo…” E potremmo continuare, con le ambiguità riguardo alla ex Yugoslavia e agli attacchi al Kosovo, alla recente guerra in Libia e alla, speriamo solo minacciata, guerra in Siria…Certo, non si può essere dappertutto e – per prima cosa – non ci sono ( e non ci sono stati) i termini di una visione globale delle attività del movimento pacifista stesso. In questo modo si sono accumulate le occasioni perdute per il movimento per la pace  che si interroga – oggi –  su cosa sta succedendo, capendoci spesso poco proprio perche’ i termini generali di riferimento sono cambiati.

Si facevano le marce contro la guerra in Viet Nam perché, abbastanza chiaramente, si trattava di una porzione di un confronto – combattuto militarmente – ma con un profilo profondamente politico economico, per cui era chiaro che gli interessi occidentali non potevano concedere più di tanto. Bisognava vedere con chi si voleva stare, se con i “capitalisti” di allora, con tutte le loro utopie e con un abbozzo di tendenza alla finanziarizzazione che – col tempo – andrà a distruggere  tutto, oppure cercare una via “soft” per gli oppressi di sempre, per coloro i quali perdevano identità culturali – prima ancora della vita stessa- che erano sradicati dalle loro case, dalle capanne, insomma dai luoghi in cui naturalmente stavano da sempre. E lo stesso potrebbe valere per i sistemi di organizzazione dell’economia dei popoli allora definiti del “Terzo Mondo”  con  livelli più semplici, apparentemente, ma in realtà molto complessi, come ci ha insegnato l’antropologia. E’, infatti, con Malinowsky, Boas, Levy Strauss e tanti altri che ci viene svelato un mondo con tempi, significati, obiettivi di vita, senso etico, concetto di lavoro e – anche – dei legami matrimoniali, completamente diversi  dal nostro. Diversi, non necessariamente peggiori, come – semplicisticamente – la retorica fascista prima, il protagonismo francese che ha portato alla disfatta di Dien Bien Phu e poi alle varie avventure mal concluse del Viet Nam, dell’Afghanistan russo e di tante altre situazioni di crisi.

Già allora si sarebbe dovuto capire con chi stare, come fecero personalità come Chico Mendes, l’arcivescovo Romero e tantissimi altri. Si stava cercando, semplicemente,  una nuova via che salvaguardasse il meglio del “capitalismo”, senza sprechi e rigidità tipiche  dello “statalismo” con la ricerca di nuove condizioni di vita più eque e ragionevoli per tutti. Dove il termine “ragionevole” deve contenere anche la possibilità di professare religioni antiche e particolari o di continuare a vivere secondo condizioni tradizionali con ritmi e modalità proprie.

Di qui la difficoltà a vedere “una sola parte della medaglia” quando si va a commentare un testo, come quello emanato dal Ministero della Difesa (e qui riportato in alcune parti), dove  è facile trovare decine di punti profondamente errati per impostazione e significato. Ma vediamo di che si tratta…

Il testo è tratto da un’analisi di Flavio Lotti e del Tavolo della Pace, condivisibile certo, ma da cui bisogna trarre qualcosa di più.

“Le esportazioni di armi italiane nel 2011. Analisi sintetica dei dati e considerazioni.

“Il Governo ha presentato al Parlamento l’annuale relazione in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento relativa al 2011.  Durante lo scorso anno i nuovi contratti autorizzati dall’Esecutivo sono passati da 2,9 miliardi di euro nel 2010 a circa 3 miliardi di euro nel 2011, con un incremento pari al 5,28% del valore delle autorizzazioni alle esportazioni. Sono state  così rilasciate  complessivamente  2.497  autorizzazioni  all’esportazione  di materiali di armamento (2.210 nel 2010), con un dato del 65% per le esportazioni definitive.”  Più del 5 per cento annuo di incremento in un settore che – oggi, purtroppo – è trainante per l’economia e che può trovare una sua soluzione, per riprendere il discorso fatto prima, solo in un approccio economico globale completamente diverso. Ma vediamo come continua il documento…

“I  principali  Paesi  destinatari  delle  autorizzazioni  alle  esportazioni definitive di prodotti per la difesa (non considerando le operazioni da effettuare nell’ambito Programmi Intergovernativi) in ordine d’importanza sono: Algeria, al primo posto con 477,52 milioni di euro, Singapore con 395,28 milioni di euro, India con 259,41 milioni di euro, Turchia con 170,80 milioni, Arabia Saudita con 166 milioni, Francia con 160,93 milioni, Messico con 135,83 milioni, Stati Uniti con 134,73 milioni,  Germania con 133,35 milioni,  Austria con 115,98, Russia con 99,41 milioni,  Regno Unito con 90,43 milioni,  Spagna con 48,78 milioni, Brasile con 39,02, Emirati Arabi Uniti con 36,07 milioni, Polonia con 32,94  milioni,  Norvegia con  29  milioni,  Australia con  20,72  milioni  e Repubblica Ceca con 18,17 milioni.”

Fonte:http://www.governo.it/Presidenza/UCPMA/Rapporto_2011/RAPPORTO_PCM_2011.pdf

E qui bisognerebbe capire meglio la strana gerarchi di destinatari dei nostri sistemi d’arma, con un paese – come l’Algeria – noto per la sua intransigenza politica e religiosa, al limite del fanatismo ma…. Possiede un bene per noi essenziale, il gas… Pertanto quale miglior modo di pagare le forniture se non quello di inviare direttamente produzioni italiane fortemente richieste (come gli armamenti)? Anche per Singapore, per l’India ela Turchia si può parlare tranquillamente di scambi, più che di vere e proprie vendite. E se da Singapore partono apparecchiature elettroniche e lavorati di alta tecnologia (contro armi), in India e Turchia gli armamenti servono per acquistare appezzamenti di terreno, per costruire fabbriche e per avviarle, spesso a poco prezzo, in modo da sbilanciare due volte l’economia italiana: togliendole le aziende che vengono roilocalizzate e facendo da traino all’industria bellica.

Quindi, tutt’altro che un approccio semplice: qui interessi militari, dei proprietari delle fabbriche, di intere aree del Paese fanno una prevedibile opposizione ad ogni proposta di smantellamento o non meglio precisata ridefinizione delle lavorazioni. Per cui, ben venga l’appello di Flavio Lotti, che condividiamo in toto, però qualcuno deve fare qualche passo avanti o di lato…insomma deve fare qualcosa. Chi è questo qualcuno? Bah…si potrebbe rispondere con il potere politico, mai come oggi incolore e incapace di gestire i grandi flussi dell’economia… , forse i grandi “potentati economici” che, pur di arrivare a ricavi credibili a fine bilancio, sono disposti anche a commerciare prodotti al limite dell’etica e della correttezza militare (ammesso che il cosiddetto “Trattato di Ginevra”, di quasi cent’anni fa, abbia ancora un senso. E allora si andà a verificare che i turchi preferiscono, oltre a parti di aerei modernissimi, i nostri speciali motoscafi d’altura, oppure che i francesi continuano a richiederci – come i Russi e i Cechi – sistemi d’arma basati sulle mine di un tempo, in cui – pare – siamo maestri.

Questa è la vita. Queste sono le condizioni in cui ci siamo ridotti – scendendo sempre più in basso, quasi come in una serie di balze dantesche da cui non si vede, pero’, nessuna “natural burella”. Anzi, ci si aggrappa alle “armi” come all’ultima (unica?) panacea. Perciò si proceda pure con il “mail-bombing” con l’intasamento di computer, telefoni o quant’altro…Sia però chiaro che non è questo che ci deve mettere in pace la coscienza. La prima battaglia campale è stata persa allora, all’indomani delle lotte di liberazione dei popoli, fra il Cinquanta e l’Ottanta dello scorso secolo. Apparentemente qualcuno ha vinto, qualcun altro ha perso…, in realtà tutti hanno perso l’occasione di coinvolgere maggiormente l’ONU o un pari organismo mondiale di gestione razionale delle cose. Farà anche ridere, però – a pensarci bene – continuando così, dalla parte sbagliata, non si fa che raddoppiare il tempo, la fatica e la spesa relativa per poter ritornare sui propri passi. E sapere dove si vuole andare.

Ma, per il momento, non complichiamoci troppo la vita e vediamo in cosa consiste la proposta dell’amico Dell’Olio:

“Mailbombing contro il nuovo modello di difesa
L’unico bombardamento che ci piace. Quello di email. Adesso l’obiettivo sono i senatori della Commissione Difesa che si apprestano a discutere il Disegno di Legge Delega di revisione dello strumento militare presentato dal ministro Di Paola. Non è prevista alcuna riduzione di spesa, ma solo tagli al personale e alle caserme per investire in acquisti di nuovi sistema d’arma. Il ministero viene autorizzato alla vendita di armi italiane nel mondo e chiede ai cittadini italiani vittime di calamità naturali di pagare l’eventuale intervento dei militari. Un impegno previsto di 230 miliardi di euro nei prossimi 12 anni. Si disegna un nuovo modello di difesa del nostro Paese che va nella direzione opposta a quella indicata dai sacrifici in tutti i settori e trasforma il nostro esercito in un vero e proprio strumento di guerra. Per queste ragioni vogliamo scrivere ai senatori.
Anzi, bombardarli di email i cui testi si possono trovare nel sito della Tavola della pace: http://www.perlapace.it. Perché bombardare (di email) aiuta l’Italia, gli italiani e il mondo. (pubblicato il 3 luglio 2012 a firma Tonio Dell’Olio)”

http://www.peacelink.it/mosaico/a/36535.html

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